"Assassinio a Villa Borghese" di Walter Veltroni

Gli allegati dell’Unità diretta da Walter Veltroni sono madeleine imprescindibili. Penso che possano rimandare a un mondo – di libri, fumetti, VHS, politica, album di figurine – che oggi non c’è più. Il mondo a misura di Walter Veltroni, e di altri più o meno come lui, venuti su secondo la massima di Francois Truffaut:
Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte.
Che Veltroni oggi si cimenti col romanzo giallo – il genere più inflazionato fra i generi contemporanei – secondo me significa due cose:

  1. che Walter Veltroni sa stare al passo coi tempi letterari;
  2. che riesce a starci fino a un certo punto e a modo suo.

“Assassinio a Villa Borghese” (Marsilio, 2019) mi sembra infatti rispondere, sin dal titolo, ai canoni classici del romanzo di indagine: nessuna morbosità sanguinolenta, contesti di buona atmosfera (lo spleen di una Roma struggente e violata), personaggi credibili con anima antieroica, la suspense che serve, somministrata ad hoc fino al canonico ultimo capitolo. Dimenticavo: il tutto è dispensato con gradevole - e significativa - cornice di citazioni di film, romanzi, canzoni di cui sopra. A dispetto della connotazione gialla, “Assassinio a Villa Borghese”, è dunque l’ennesima declinazione di Veltroni scrittore (e intellettuale) organico, nel senso più gramsciano della parola che riuscite a pensare. Poca fuffa radical chic, stile piano e diversa polpa tra le righe.
La trama del romanzo in breve, e fin dove è consentito raccontarla: il sindaco di una Roma (chissà se del futuro prossimo venturo) è innamorato di Villa Borghese al punto da istituire al suo interno un commissariato di polizia. In un luogo “dove non succede mai nulla”, deputato per lo più allo svago e al tempo libero, il mantenimento dell’ordine è quasi un gioco da ragazzi. Chissà se per questo l’incarico viene affidato a Giovanni Buonvino, ispettore gravitante nel limbo dell’anonimato a causa di un errore di quindici anni prima, e a sei poliziotti (insieme a Buonvino, una specie di “magnifici sette” al contrario) che sul campo non hanno certo rivelato doti da leoni.

Uno scherzo di cattivo gusto, una commedia degli anni Settanta sulla polizia. La squadra degli agenti del commissariato di Villa Borghese sembrava composta da Bombolo, Alvaro Vitali, Gigi Reder, i gemelli marchesini Pucci di Sapore di mare, Aristoteles e Edwige Fenech. Uno normale, a vista, non c’era.

Per via della cattiva stella che li sorveglia dall’alto, per Buonvino & Co. i guai cominciano subito dopo l’inaugurazione, col ritrovamento del cadavere di un bambino smembrato e mancante della testa, e non siamo che all’inizio: una copiosa scia di sangue vedrà come epicentro il grande parco pubblico della capitale.
Terrorismo? Vendetta? Oppure i soliti delitti seriali compiuti dalla mente malata di turno? Come nei poliziotteschi anni Settanta (che Walter Veltroni, c’è da giurarci, conosce a menadito), Roma trema e la polizia sta a guardare, ma ciò che più conta, nel caso nostro, sono altre due cose:

  1. l’enigma è rivelato a un passo dalla fine del romanzo (cioè verso pagina 190),
  2. chi legge non si accorge di essere arrivato sin lì senza quasi staccare gli occhi dalle pagine.

Mi sembrano meriti non da poco per un autore trasversale (Veltroni è anche saggista e regista) che, nella fattispecie, risponde ai canoni del giallo senza dimenticarsi della forma e dello spessore (a tratti ontologico) dei personaggi. In ultimissima analisi: “Assassinio a Villa Borghese” si accoglie come un romanzo del tutto riuscito. Teso, ma a tratti introspettivo. Pensoso, ma con dentro il brio che ci vuole per non piangersi addosso.

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