"Capitalocene. Appunti da una nuova era" di Silvio Valpreda

“In alcuni dei luoghi che ho visitato, la natura era stata completamente piegata dall’uomo. Talvolta non era nemmeno facile vedere il cielo perché era attraversato da ragnatele di fili elettrici”.

Comincia così il viaggio di Silvio Valpreda, un giro del mondo tra le violenze - palesi e sottese - dell’uomo sulla natura, Capitalocene. Appunti da una nuova era (edizioni add, 2020). Una declinazione esemplare di coercizioni disseminate per il pianeta e perpetrate all’insegna di uno stesso filo rosso: il dio-denaro. Il libro non è un pamphlet anti-globalista-capitalista, però tra una foto, un disegno e l’altro contiene pensieri e parole che sollecitano la riflessione. Questa, per esempio. Ditemi se non si può assumerla in accezione politica:

“E se gli esseri umani non fossero altro che uno strumento utilizzato dal denaro per poter agire sulla natura?”

O questa, più estesa:

“A Miami affittai un piccolo appartamento in un condominio basso. La cucina si affacciava sul retro, su una strada secondaria che costeggiava un canale […] Dalla finestra della cucina, si vedeva anche un cassonetto dell’immondizia. Si trovava a fianco del marciapiede nella strada sul retro. Era quello nel quale anche io andavo a gettare i rifiuti. Per me era qualcosa di antiestetico e maleodorante […] Scoprii, osservando dalla finestra della cucina, che per altri non era la stessa cosa. I procioni uscivano dai cespugli, alla sera o all’alba, e scalavano il cassonetto per poi abbuffarsi tra la spazzatura in cerca di cibo. Non erano i soli. Anche alcuni esseri umani cercavano qualcosa di commestibile o di utile tra ciò che altri avevano gettato via […] Dall’altro lato della casa, il soggiorno si affacciava su un patio con piscina. Al bordo della piscina c’erano altri esseri umani che prendevano il sole rilassandosi”.

Come dire: benvenuti tra le contraddizioni metropolitane del sistema capitalista: a una manciata di metri di distanza, poveracci che rovistano tra i rifiuti e le residenze extra-lusso dei ricchi privilegiati.

"Capitalocene" è un neologismo risalente a qualche anno fa (2016). Lo si deve al filosofo Jason W. Moore: descrive i parametri rilevanti che regolano il pianeta. La prima cosa agghiacciante è scoprire come essi non siano più parametri biologici ma economici; la seconda è che, irretiti come siamo nella ragnatela dei bisogni indotti, in pochi ne prendiamo atto e, forse peggio, facciamo qualcosa. Il Capitale ha piegato al guadagno-per-il-guadagno le istanze autentiche dell’essere umano, per non parlare delle esigenze della natura. Un cambiamento perverso, che è in atto e che il testo illustrato di Silvio Valpreda restituisce alla perfezione, transitando per tappe tra gli animali selvaggi conviventi nella pianura del Serengeti (una convivenza naturale fra specie, attentata da turisti dediti alla caccia grossa, e bracconieri) e il mercato immobiliare, altrettanto selvaggio, della megalopoli Tokio. Si toccano poi la Scozia delle Highland, i paesaggi abbacinanti della Norvegia delle auto elettriche (quasi il 50% delle auto immatricolate nel 2018, contro il 2,5 % del resto dell’Europa) ma anche dei pozzi di petrolio, e l’isola remota di Lavezzi, nemmeno lei risparmiata dall’ingerenza del Capitale. Silvio Valpreda è un artista. Un arista concettuale e polimorfo, aggiungo io, poiché non disdegna le incursioni di tipo letterario (articoli e romanzi): Capitalocene, questo libro sui generis, al contempo visivo (concettuale) e narrativo, lo dichiara e lo dimostra in modo limpido.

Lascia un commento