"Il peso della neve" di Christian Guay-Poliquin

Parlare, in piena estate, di un romanzo ambientato in inverno, con temperature polari e la neve che, accumulandosi in strati sempre più alti e compatti, contribuisce all’isolamento dei protagonisti, potrebbe sembrare un azzardo. Ma chissà che lo straordinario realismo delle descrizioni di questa inquietante storia di attesa e di sopravvivenza, in una natura spettacolare e, nello stesso tempo, matrigna, non porti, come è successo a qualche lettore, a percepire il freddo sulla pelle – e dunque a mitigare il caldo torrido di queste giornate.

Il romanzo in questione si intitola, non a caso, Il peso della neve (Marsilio), del canadese Christian Guay-Poliquin, uno degli autori più promettenti del suo paese, vincitore di numerosi premi letterari.

In una vasta regione ai margini della foresta, un lungo blackout elettrico sta gradualmente separando gli abitanti di un villaggio dal resto del mondo: non possono andarsene né comunicare; la vita si è pressoché fermata; le riserve di cibo vengono razionate e, soprattutto, i legami fra i membri della comunità sono guastati da sospetti e disaccordi: un’interruzione di corrente diffusa, l’inaccessibilità delle risorse, in particolare della benzina, rappresenta un motivo sufficientemente importante per distorcere le relazioni sociali.
In una casa abbandonata e isolata vivono due uomini.
Uno è un giovane meccanico, vittima di un grave incidente stradale mentre cercava di raggiungere, dieci anni dopo la sua partenza, il padre in fin di vita:

“Il dolore non mi dà tregua. Mi prende, mi avvinghia, mi possiede. Per sopportarlo, chiudo gli occhi e immagino di essere al volante della mia auto. Concentrandomi riesco perfino a sentire il rombo del motore. A vedere il paesaggio sfilare, a farmi abbagliare dal punto di fuga della strada. Al contrario, non appena schiudo le palpebre, la realtà è opprimente. Sono inchiodato a un letto, le gambe immobilizzate da stecche. La mia auto non è che un ammasso di lamiere contorte da qualche parte sotto la neve. E io non sono più padrone del mio destino”.

L’altro, Matteo, è un anziano arrivato all’inizio dell’estate. Ha avuto problemi con l’auto, poi c’è stato il blackout e non è più riuscito a ripartire. Si è sistemato nella casa sulla collina e quando lo si interroga, continua a ripetere che deve tornare in città dalla moglie, che la sua vicina verrà a prenderlo, un giorno o l’altro, ma nessuno sembra credere a ciò che dice. E’ in forma e molto lucido, per questo gli è stato affidato il ferito in cambio di viveri, di legna e della promessa di essere accompagnato in città con la prima spedizione che verrà organizzata in primavera.
Inizia così una serie di giorni tutti uguali, se non fosse per il livello della neve che sale – in modo molto originale l’altezza raggiunta costituisce anche la numerazione dei capitoli:

“La neve regna sovrana. Domina il paesaggio, schiaccia le montagne. Gli alberi si piegano, si flettono verso il terra, curvano la schiena. Soltanto i grandi abeti si rifiutano di inchinarsi. Sopportano dritti e neri”.

Il giovane, inchiodato al suo letto da dove può solo guardare fuori dalla finestra, si rifiuta di parlare. Matteo, al contrario, gli racconta storie, cerca di fare conversazione ed è convinto che un giorno gli risponderà. Intanto, si prende cura di lui, lo medica, lo nutre, gli somministra i farmaci che Maria, la veterinaria gli ha prescritto e che Giosuè, suo marito, il farmacista, gli ha procurato. Tuttavia, l’atmosfera in casa è pesante, la convivenza obbligata è tesa, interrotta solo dalle sporadiche visite degli abitanti del villaggio.

Uno scenario preapocalittico dove l’equilibrio precario è magnificamente descritto da uno stile essenziale, ma estremamente preciso e molto poetico, da una padronanza della lingua, che riesce a rendere la lentezza opprimente dei gesti, la noia ossessionante, l’accumularsi inesorabile della neve e il suo peso, insieme alle tensioni tra le persone, alla violenza che serpeggia, latente o espressa, quasi animale. L’uomo ferito (di cui non sapremo mai il nome) è diffidente nei confronti di Matteo, sospetta voglia andarsene, lasciandolo solo.
Col passare del tempo, gli abitanti del villaggio sospendono le visite, il cibo e la legna scarseggiano, la casa è danneggiata dalle infiltrazioni d’acqua, i dubbi prendono il posto dell’ottimismo, la fiducia nell’altro si sgretola.
E più la neve aumenta, giorno dopo giorno, verso altezze mai raggiunte, più la vita si indebolisce…
Tutto lascia presagire ad un dramma che potrebbe scoppiare ad ogni pagina.
Ma la primavera, apparentemente così lontana, arriverà e, con essa, la possibilità di un nuovo inizio, la libertà o la fine del mondo.

In un romanzo dove l’autore non si preoccupa di dare coordinate geografiche, né temporali, questa scelta contribuisce a creare suspense e senso di smarrimento.
Di certo, l’originalità si manifesta anche nella caratterizzazione dei personaggi – tutti hanno nomi biblici – e negli espliciti riferimenti al mito di Dedalo e di Icaro. Né manca l’influenza omerica che si traduce nel tema del ritorno al padre e del legame tra uomini di generazioni diverse.
Sta però al lettore decidere se Il peso della neve sia più l’anticipazione di un futuro possibile che vedrà la natura ribellarsi e condannare l’uomo ad un’esistenza ridotta ai bisogni primari, il sogno mistico di un cambiamento radicale nel rapporto con l’ambiente oppure, più semplicemente, il seguito di una serie iniziata con l’esordio di questo autore, Le fil des kilomètres - il racconto del difficile viaggio di un meccanico che dal Canada occidentale sta cercando di raggiungere il capezzale del padre, che non vede da dieci anni.
A questo punto non ci resta che attendere il terzo capitolo.

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