“Da madre a madre” di Sindiwe Magona

Nell’agosto del 1993, Amy Elizabeth Biehl, vincitrice di una borsa di studio Fulbright, viene aggredita e uccisa da quattro ragazzi neri a Guguletu in Sudafrica. La valanga di dolore, indignazione e solidarietà che investe la famiglia Biehl fu senza precedenti nella storia del Paese. Amy, americana bianca, era andata in Sudafrica per aiutare il popolo nero a prepararsi alle prime vere elezioni democratiche del Paese. Ma, per ironia della sorte, i suoi assassini furono proprio le persone a cui, secondo quanto venne spiegato successivamente, si sentiva più vicina, conoscendo bene le privazioni da loro sofferte.

Sindiwe Magona in "Da madre a madre" si mette dalla parte della madre di uno degli assassini della giovane americana Amy Elizabeth Biehl. Una madre che confusa e straziata dal dolore, rivanga il passato ed esamina la vita che il figlio ha vissuto, il suo mondo fatto di povertà e isolamento e lo racconta all’altra madre.

Lei stessa cerca le risposte mentre parla con l’altra, immagina il dolore, dipinge il ritratto del figlio e del suo ambiente e spera che questo e il suo strazio possano in qualche modo alleviare il dolore. L’autrice diventa la voce narrante, quindi, la stessa Mandisa, che senza mai giustificare il gesto del figlio, ricostruisce la sua vita, l’ambiente, la situazione in cui quella tragedia è stata prodotta.

In forma epistolare Mandisa racconta le vicende personali della sua famiglia e la storia della sua gente, delle violenze e delle ingiustizie perpetrate dal regime disumano imposto dai bianchi. Mandisa ci parla della sua felice infanzia nel villaggio, interrotta dal forzato trasferimento, organizzato dal governo, della sua famiglia insieme alle altre, nell’immensa bidonville di Guguleto, in un progetto di ghettizzazione della popolazione nera voluta dai bianchi. Ci descrive il suo grande amore per lo studio e il suo desiderio di poter accedere al College, il tutto impedito da una gravidanza indesiderata a soli tredici anni che la costringe contro la sua volontà a sposarsi e a diventare la serva della famiglia del marito. E poi il lavoro al servizio presso le famiglie dei bianchi per poter mantenere lei e i suoi figli dopo l’abbandono del marito, la violenza e l’indifferenza degli uomini del suo clan familiare.

Contemporaneamente al racconto della sua vita Mandisa porta avanti anche il racconto di quel terribile episodio che ha portato il figlio a diventare un assassino. Ne viene fuori un ritratto di una vita vissuta senza alcuna prospettiva, senza speranza, senza nessuna progettualità e possibilità di cambiamento. Nel romanzo di Sindiwe Magona il discorso ritorna sempre al retaggio dell’apartheid: un sistema - come dice lei stessa- "brutale e repressivo che ha causato una violenza insensata inter e intra-razziale, oltre ad altri eventi nefasti; un sistema che ha incoraggiato una percezione distorta di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, mostrando il tutto attraverso il prisma deformante dell’onnicomprensivo crimine contro l’umanità, come l’ha etichettato la comunità internazionale".
Dodici capitoli intensi che ti straziano il cuore che ti fanno capire come l’apartheid ha prodotto sofferenza, degrado e disumanizzazione. Molto della vita di Mandisa non risulta estraneo a Sindiwe Magona, che si è salvata dallo stesso destino grazie al conseguimento di una laurea, ottenuta con enormi sacrifici, per corrispondenza, mentre lavorava proprio come Mandisa al servizio dei bianchi per mantenere se stessa e i suoi figli.

Sindiwe Magona ha ottenuto poi una borsa di studio per la Columbia University, conseguendo un master che le ha permesso di lavorare a New York per un certo numero di anni. Impegnata politicamente dagli anni sessanta, nel 1976 fece parte a Bruxelles del Tribunale Internazionale per i crimini contro le donne e nel 1977 è tra le dieci finaliste per il Woman of the year Award. Ritornata a Capetown, oggi è animatrice di associazioni a Guguleto e insegna alle donne vittime di violenza, a superare il trauma grazie alla scrittura. "Da madre a madre" il suo romanzo d’esordio si chiude con queste parole:

"Mio figlio, la freccia cieca, ma appuntita dell’odio della sua razza. Tua figlia, il sacrificio della sua. Scelta alla cieca. Scaraventata verso il suo triste destino dalle più crudeli tribolazioni della sorte. Se il giorno non avesse coinciso, se fosse stata un’altra alba, oggi lei sarebbe viva. E mio figlio, forse non sarebbe un assassino. Forse, non ancora".

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