“Ingrossare le schiere celesti” di Franck Bouysse

Una località chiamata Les Doges, nelle Cevenne – Massiccio Centrale francese –, due fattorie a qualche centinaio di metri di distanza l’una dall’altra, grandi spazi, montagne, foreste, qualche prateria, la neve per gran parte dell’anno, e roccia su cui si posa il tutto, fanno da ambientazione alla vicenda narrata da Franck Bouysse, insegnante di biologia in un liceo, nel romanzo “Ingrossare le schiere celesti” (Neri Pozza).
Il protagonista è Gustave Targot, Gus, un personaggio che emana una forza straordinaria. La sua complessità, caratteriale e psicologica, si rivela con il progredire della trama, attraverso azioni, pensieri e ricordi, in un crescendo di suspense dovuta ad un’aleggiante sensazione di imminente tragedia.

Gus abitava in una fattoria piantata nella parte più alta di Les Doges, con la sola compagnia del fedele cane Mars. Comprendeva vecchi edifici, terre coltivate e boschi cedui mescolati a foreste di castagni, pini, querce, faggi e larici; le distanze, in quel luogo isolato ed innevato per la maggior parte dell’anno, si misuravano in tempo, non in metri.
Affermare che Gus amasse quel paese sarebbe esagerato, ma non ne aveva mai conosciuti altri e si era abituato all’idea di passarci tutta la vita: lì era nato e lì sarebbe morto. Oggetto di occhiate sfuggenti e diffidenti, era considerato un pesce che nuotava controcorrente fin dalla nascita; non era felice, ma neanche infelice: quello era il posto che gli era toccato nel vasto ordine dell’universo, ed era incapace di immaginarne un altro.
La sua era un’esistenza sorretta non dalla fede, ma da poche certezze, ed era vissuta in un’orgogliosa solitudine. Lungi dall’essere fuga dal mondo, rappresentava piuttosto la testimonianza della sua fedeltà ad un senso austero e disincantato del vivere.
A poche centinaia di metri, c’era la fattoria di Abel: erano, l’uno per l’altro, l’unica compagnia che si potevano permettere – tranne il martedì, il giorno in cui, dopo aver fatto la spesa giù in paese, Gus si fermava a bere un bicchiere di vino al bar di Peyrot, un omone dall’aria sempre incazzata.
Gus aveva conosciuto Abel dopo la morte della madre: prima, le due famiglie non si erano mai frequentate, per ragioni che Gus non conosceva. Abel era molto più vecchio di lui, ma la differenza d’età non si vedeva; Abel e il padre di Gus avrebbero quasi potuto essere coetanei, ma non erano mai andati d’accordo, certamente a causa di un segreto sepolto e dimenticato da tutti, ma che i due avevano di sicuro nutrito per restare fedeli al loro sangue.
La morte della madre di Gus aveva in un certo senso segnato la fine dei rancori.
Gus non sapeva molto della vita precedente del vicino, se non che era stato sposato; nessuno dei due uomini era un chiacchierone, ma avevano preso l’abitudine di aiutarsi per certi lavori, costruendo, col passare delle stagioni, una specie di lontana amicizia alla quale non avrebbero saputo dare un nome.
Una vita regolata dai ritmi della natura e dalle esigenze degli animali, in luoghi dove – anche se si scoprirà il contrario – non succedeva mai nulla. Proprio per questo, a Gus, appostato sotto una quercia nei pressi della fattoria di Abel a caccia di tordi, era apparso ancora più strano udire grida stridule e colpi di fucile, e scoprire una grossa macchia nella neve che pareva di sangue.
Da quel momento, con la storia dei tordi e degli spari che gli frullava per la testa, Gus non era riuscito a concentrarsi sul lavoro: cercava piuttosto una spiegazione logica a quello che era successo, poiché quella fornita da Abel gli era subito apparsa una montagna di bugie.
Il ritrovamento di Mars orrendamente ferito, alcune impronte di piedi scalzi nella neve e la presenza – anzi, l’intrusione – di individui, i “succhiabibbia”, che mai si erano spinti fin lassù, oltre a rompere un equilibrio ormai consolidato, non facevano che confermare che qualcosa di inquietante e di irreparabile stava inesorabilmente avvelenando le vite dei due uomini.

Il dramma che, come si scoprirà, ha radici antiche, ruota attorno alla vera natura del rapporto fra Gus e Abel, fatto di silenzi e di parole solo accennate, di sospetti e di tensione, di domande rimaste spesso senza risposta, di una sorta di incapacità, di difficoltà, forse solo apparente, a comunicare con il mondo.
A volte gli spunti narrativi nascono dalla quotidianità della dura vita rurale, altre volte, sono tratti dal mondo interiore del protagonista e dalle sue esperienze passate. In entrambi i casi, è evidente il talento e la sensibilità dell’autore, capace di trovare la parola esatta, semplice ed elegante nello stesso tempo, la parola in grado di esprimere realisticamente l’ordinarietà dei piccoli gesti e delle grandi fatiche che caratterizzano un mondo apparentemente fuori dallo spazio e dal tempo, sospeso e attonito.
Il territorio delle Cevenne che, colto nella stagione più dura, è esso stesso protagonista del romanzo, diventa, per somiglianza, una sorta di riscontro oggettivo, di rispondenza dello stato d’animo dei personaggi.
E nel rapporto uomo/natura, si distingue il forte legame di Gus con il cane Mars: sarà difficile per il lettore dimenticare l’affetto incondizionato che esso rappresenta e, soprattutto, la sua immagine, mentre

“l’aspettava al portone scodinzolando, con l’inquietudine che è propria dello sguardo dei cani anche quando sono contenti, espressione di una tristezza infinita”.

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