“Gin tonic a occhi chiusi” di Marco Ferrante

La copertina è icastica. Allegorica: quella tigre non va più da nessuna parte, è andata. Come è logico, del resto, per una tigre ridotta a rango di tappeto kitsch. Un esangue residuo del vitalismo predatorio che fu, inutile alimentare illusioni: uno stereotipo di tigre non ha nulla di intrepido, non si “cavalca” più. Al massimo ti ci puoi spiaggiare sopra, in posa moscetta, depressa, post-nobiliare, come la dama in bianco nella suddetta cover, ma in groppa a quella tigre non arrivi più da nessuna parte. Garantito.

Adesso prendete nota: se l’animale stecchito fosse assunto come metafora basica di Successo - sesso-denaro-potere - e l’eburnea fanciulla a epigona del borghese-tipo 2.0, il senso recondito (ma non troppo) di “Gin tonic a occhi chiusi” di Marco Ferrante (Giunti, 2016) sarebbe disvelato, a mio avviso, in tutta la sua funerea apoditticità. Attraverso le crisi politico-mediatico-sentimentali di un’aristocrazia in nero (emblematizzata nella famiglia Misiano e nella coorte di vassalli e valvassori che gli gravita attorno speranzosa), questo romanzo sardonico e impietoso, annuncia il rigor mortis (più ancora che il de profundis) di un rampantismo sociale che briga, satireggia, annaspa - nell’inganno di darsi da fare e sopravvivere a se stesso - ormai più per adesione di ruolo che per effettiva convinzione. Fiuuuu! Hai visto mai allora che la famigerata società civile si è stufata e finalmente preso coscienza del gioco sporco per élite della corsa al potere? Macchè. “Gin tonic a occhi chiusi” è un romanzo post-politico e pre-apocalittico dove nessuno è realmente innocente (al massimo ha l’innocenza tipica degli imbecilli) e nessuno salva nessuno. Certo non i tardo-rampolli della matrona Elsa Misiano - come nel gioco delle tre scimmiette: un fiscalista, un politico e un giornalista più o meno di grido -, certo non le loro consorti e/o amanti e/o aspiranti tali per esigenze di carriera. Certo non gli epigoni della televisione d’assalto (i savonarola dell’informazione finto-pulita) alla perenne ricerca di mostri da immolare alla prima pagina. E non certo i maneggioni, i complici, i voltagabbana, il velinume, il politicume, il vippame e i rosiconi capitolini che galleggiano di contorno alla trama (alle trame) come dentro a un acquario, sotto un vuoto spinto valoriale posto tra l’ignavia e l’afasia.

E in ultimo vengo al titolo di questo (bel) romanzo implacabile sul disfacimento che ci avvince tutti – vincitori e vinti, politici corrotti e cittadini corruttibili, arrampicatori del cielo ed ectoplasmi di borgatari – come l’edera di nillapizziana memoria. Il titolo, dicevo. Una traslazione a sua volta. Uno stato ontologico annunciato e simboleggiato. Il gin tonic preparato a occhi chiusi può leggersi infatti come sterile tormentone modaiolo e oppio dei popoli al contempo. Fuori dagli eventi, dalle terrazze, fuori dal Plaza, dalle feste, dalla coca, dagli scandali vip esiste una realtà che occorrerebbe non perdere di vista, con occhi invece bene aperti. Non fosse che ormai è troppo tardi. Irrimediabilmente tardi. A che ora è la fine del mondo?

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