“Gli anni al contrario” di Nadia Terranova

Sicilia, Messina, anni settanta. Nadia Terranova ci racconta la storia di due ragazzi che vengono da due famiglie diverse. Lei è Aurora, con un padre direttore di carcere, detto in città il fascistissimo, due fratelli e una sorella minore, Rosa. La ragazza studia dalle suore ed è la più brava della classe, infatti lo studio è l’unica valvola di salvezza in una famiglia dove si urla sempre. Lui è Giovanni Santatorre, il figlio minore di un celebre avvocato comunista, bellissimo; da subito un bambino difficile, sarà un giovane problematico, incapace di seguire le orme paterne, intenzionato a rompere con le costrizioni familiari sia nella professione che nelle scelte politiche.
Nel romanzo Giovanni e Aurora si incontrano, si innamorano, lei resta incinta e si sposano con la benedizione delle famiglie intenzionate ad aiutare la giovane coppia.
Ma le cose non vanno come Aurora aveva immaginato: Giovanni comincia una vita allo sbando, tra droghe leggere, fughe da casa, il tentativo di far politica in gruppi vicini alle Brigate rosse, al seguito dell’amico Gipo. A casa c’è la piccola Mara e Giovanni entra ed esce da una situazione familiare che gli è stretta, mentre Aurora indugia tra l’amore per il marito, la paura che compia gesti irreparabili e la tentazione di rifugiarsi sotto l’ombrello protettivo della famiglia.
La coppia è destinata a separarsi, incapace come si dimostra Giovanni a vivere e sostenere le due persone che più ama. Quando finisce tossico, il padre lo allontana dalla Sicilia trovandogli alloggio e un lavoro di insegnante a Milano. Intanto Aurora cresce la figlia in solitudine, lavorando duramente e continuando nel suo lavoro di ricerca storica, non avendo mai rinunciato al suo sogno di insegnare all’Università.

Durissima la vicenda che Nadia Terranova affronta con un linguaggio puntuale, sintetico, fortemente realistico. La società siciliana convenzionale che Aurora ha rifiutato la rende sempre più isolata e sradicata:

“Si sentiva assediata dalla pesantezza della provincia: pellicce, croci giuste sulla scheda elettorale, famiglie inossidabili e inossidabili ipocrisie…..”

Anche Giovanni non riesce a trovare posto nella società, solo nella comunità di recupero per tossicodipendenti, dedicandosi agli altri, lavorando sodo con la terra e con gli animali, trova nelle lettere che scambia con la piccola Mara una ragione di vita, un raggio di speranza.
Una storia di disperazione, quella che il romanzo ci consegna, quella di una generazione di ragazzi borghesi che nel tragico 1977 avevano creduto di fare la rivoluzione ed invece erano finiti in troppi in carcere, nelle comunità terapeutiche, collezionando illusioni e delusioni, droga e utopie, voglia d’amore e tragiche solitudini affettive, disoccupazione e miseria, nel sogno di fuggire da famiglie ed ideologie che ritenevano superate e che volevano combattere con la violenza. Ecco allora la distruzione delle figure paterne, del Partito Comunista, del posto fisso, alla ricerca di libertà nei gruppi politici extraparlamentari, nei movimenti, nei gruppi di autocoscienza... Una storia che coinvolse alla fine degli anni settanta migliaia di studenti e giovani operai, nell’idea di costruire una rete che doveva salvare il mondo ma che portò molti di loro all’autodistruzione.
Un senso di frustrazione, di sconfitta, di disillusione aleggia nella narrazione lasciandoci molta amarezza ma anche la consapevolezza che quel pezzo di storia italiana vada raccontata per bene. Nadia Terranova è riuscita nell’intento: la lucidità di Giovanni, il coraggio di Aurora, la forza della piccola Mara alludono ad una speranza di futuro, anche se sembra troppo difficile da credere. La favola di Colapesce, il ragazzo che viveva in acqua, a cui erano spuntate le pinne e che finì al posto della colonna mancante a sorreggere la città di Messina, un eroe mitico della tradizione siciliana, darà il coraggio a Mara di affrontare il futuro con una forza insospettata, a sua madre di continuare a vivere, a Giovanni uno scampolo di felicità.

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