"Gli anni del nostro incanto" di Giuseppe Lupo

Una foto in copertina è il centro di questo bel romanzo di Giuseppe Lupo: una Vespa attraversa la città di Milano, sullo sfondo le guglie del duomo. Guida un uomo dai capelli scuri, abito chiaro. In piedi sul predellino un maschietto di pochi anni. Dietro, sul sellino, la moglie con la gonna corta, i capelli cotonati, in braccio una bambina di neppure un anno. La foto è scattata da qualcuno che vede in questa famiglia un prototipo della società italiana che nei primissimi anni Sessanta costruisce il boom economico che porterà una coppia che viene da fuori, che a Milano si incontra, si ama, si sposa, lui operaio alla Innocenti, lei parrucchiera in centro, a divenire una sorta di metafora di anni che secondo Louis, propongono le speranze di una vita “sbarluscenta”.
Il racconto di questa storia a tratti struggente, viene fatto venti anni dopo da Vittoria, la figlia che nella foto era stretta tra le braccia protettive della madre, chiamata dal marito “Regina”. Ora la donna è in ospedale, resa immemore dopo aver visto su un rotocalco riprodotta quella foto in bianco e nero, scattata a sua insaputa, lei che aveva sempre rifiutato di farsi ritrarre. È la notte nella quale l’Italia diventa Campione del mondo, la magica notte di Pertini, Paolo Rossi, Tardelli, Bearzot.

Mentre Vittoria veglia ormai da giorni sua madre, rievoca per lei tutta la loro vita, gliela racconta a voce alta, come raccomandano i medici, che non riescono a capire cosa ha fatto inceppare il cervello della donna, ormai priva di memoria, quasi che la sua testa fosse ricoperta di ovatta che le impedisce di vedere fuori da sé. Il racconto è punteggiato da episodi che tratteggiano la personalità del padre, fuggito dal paese e dal mestiere di calzolaio che il padre voleva imporgli; dopo il servizio militare in aeronautica l’incontro con la bella e severa Regina, seria, cattolica, tutta presa dagli ideali piccolo borghesi che la società del benessere stava imponendo: gli elettrodomestici, i detersivi, Ava come lava, la cucina Salvarani, la tv, le canzoni di moda, la scoperta di Celentano, Mina, Luigi Tenco. Lui, il bel Louis, aveva messo la testa a posto dopo il matrimonio, e con le cambiali aveva acquistato prima la Vespa, poi il grande salto, la 500, con la quale si poteva d’estate raggiungere il paese d’origine, mostrando a tutti i parenti cosa si stava vivendo nella grande Milano. Unico dispiacere il figlio primogenito, Bartolomeo come il nonno paterno, ma soprannominato Indiano, per renderlo unico, come gli eroi di Ombre Rosse, silenzioso, introverso, depresso.
A tredici anni il ragazzo decide di entrare in seminario, gettando i genitori nello sconcerto, delusi dai piani ambiziosi che il loro duro lavoro stavano costruendo per lui. La seconda parte della vita di questa famiglia è molto triste, e ben si accorda con la crisi che alla fine dei favolosi anni Sessanta si scatena, a partire dalla strage di Piazza Fontana. Poi sarà una discesa, privata e collettiva, che coinvolgerà la gran parte della società italiana. Gli anni di piombo, il terrorismo, una città fumosa e blindata, austerity, luci spente, il traliccio di Feltrinelli, l’uccisione di Calabresi: Louis, che aveva sognato una vita diversa, viene colpito da un ictus devastante la sera in cui Neil Armstrong muove i suoi primi incerti passi sulla superficie della Luna.

I capitoli del libro sono 36, e in una sorta di legame sottile ognuno si intitola con le ultime parole di quello precedente; lo stile di Giuseppe Lupo è tirato, asciutto, a sottolineare come nel giro di venti anni appena la storia italiana abbia subito una violenta metamorfosi fatta di strappi, di improvvisi cataclismi che hanno devastato il tessuto della convivenza familiare trasformando tutto e tutti, uccidendo, ferendo, fuggendo, nascondendo. Una gran bella storia, che fa della negazione della memoria e del desiderio di ricostruirla il suo epicentro; leggendo le pagine del libro riviviamo atmosfere, odori, sapori, suoni, canzoni, piccoli gesti della quotidianità, modi di dire e di pensare, abitudini. A tutto questo tenterà di sottrarsi Indiano, che scompare, ascolta i Rolling Stones, le pietre, mentre suo padre aveva idealizzato il razzo di Yuri Gagarin, sognando le stelle. Impressionante la colonna sonora che ci accompagna nella lettura, dal Ragazzo triste di Patty Pravo, alle Mille bolle blu di Mina, dal Ragazzo della via Gluck alla commovente melodia Luigi Tenco, dal Guccini di Dio è morto fino alla fuga dalla realtà in cui si rifugia Vittoria ascoltando Lucio Battisti. Come eravamo, come siamo diventati, attraverso quali dolori, quali perdite, tutto raccontato in poco più di cento pagine esemplari. In bianco e nero. Per non dimenticare come siamo fatti, da dove veniamo, come nulla sia scontato.

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