“Gli sdraiati” di Michele Serra

Speciale Libri da Classifica Novembre 2013

di Elisabetta Bolondi


Quante volte, leggendo la rubrica quotidiana “L’amaca” che Michele Serra firma su La Repubblica, ci siamo detti che avremmo anche noi voluto esprimere quei concetti che il giornalista riesce a comunicare con incisività e ironia, con un linguaggio efficace e fortemente espressivo, su temi di attualità condivisa.

Ora Serra con questo breve libro (“Gli sdraiati”, Feltrinelli, 2013), un po’ romanzo, un po’ saggio di costume, arriva in cima alle classifiche perché tocca con lucida intelligenza e rara capacità di sintesi un tema di estrema attualità, quello del solco generazionale che si sta scavando profondo fra noi, genitori intellettuali borghesi di sinistra, e loro, teenager sconosciuti, autoreferenziali, afasici, abitanti di grandi metropoli, in questo caso Milano, dove ci si veste, si fuma, si vive, si chatta, si digita, si guarda, si ascolta, in modi dissonanti e impenetrabili a chi non conosce quel linguaggio fatto di modalità comportamentali troppo spesso indecifrabili.

Alcune pagine del libro sono assolutamente imperdibili. La fila per il colloquio con gli insegnanti, ad esempio, ci racconta una docente impietrita di fronte ad una mamma petulante, lamentosa, complice di un figlio evidentemente compresso dalle sue ansie, dalla sua voglia compulsiva di protezione e di difesa ad oltranza, atteggiamenti chiaramente dovuti all’inadeguatezza della capacità di interazione con il pargolo “incapace di concentrarsi” e dunque di studiare.
L’analisi sociologica delle ragioni delle file chilometriche per acquistare una felpa di marca newyorkese da parte di ragazzi dell’hinterland milanese è un altro pezzo di bravura che Serra ci regala.
Notevole anche la metafora della gita in montagna, al Colle della Nasca, che il padre vorrebbe fare con il figlio, pigro, perennemente sdraiato su un giaciglio di fronte ad uno schermo al plasma sempre acceso, con le cuffiette nelle orecchie, un portatile sempre connesso, una massa di abiti sporchi, calze rigirate, avanzi di cibo e di bevande….e altri particolari ancor più laidi. La gita in montagna, di fronte alla natura, con la voglia di superare i limiti naturali attraverso la fatica fisica, in una sfida filosofica che è propria della cultura borghese della ascensione, viene vissuta dal giovane figlio con la sufficienza a lo snobismo di chi crede che tutto sia stato già sperimentato, visto, percorso, assaporato e dunque non valga la pena di ripercorrerlo.

Il finale del libro riserva una sorpresa, che l’intelligenza di Michele Serra e la sua autoanalisi ci consentono di capire e condividere. Il giovane diciannovenne “figlio” darà una lezione imprevista al “padre”, che, finalmente, potrà accettare di diventare “vecchio”.

“Confuso, e sentendomi ingannato dalla quota e dalla vastità, ruotavo lo sguardo ovunque, perlustrando tutti i trecentosessanta gradi dei quali ero lo sperduto centro……Mi avevi sorpassato…..immerso com’ero nei miei complessi rendiconti con i massimi sistemi”


Ecco dunque che dopo l’ironia, il sarcasmo, la penetrante indagine di carattere sociale, giunge la commozione, la consapevolezza della propria superata, per certi versi, adultità, e la voglia di sentirsi davvero padre di un individuo che sembrava sconosciuto, ma che invece è ancora il proprio figlio.

Lascia un commento