“Grazia” di Giulia Alberico

Sono 31 i capitoli in cui Giulia Alberico ha scandito i tempi della narrazione del suo nuovo romanzo, “Grazia”, ognuno preceduto da una data precisa: la narratrice, Teresa, trascorre l’ultima settimana di un aprile - il più crudele dei mesi, come ci ricorda una celebre poesia da “La terra desolata” di T. S. Eliot - nella città di mare dove è nata e cresciuta, chiamata da una telefonata che le annuncia la morte di sua madre Grazia. Donna bellissima, piena di fascino e di sofisticata eleganza anche da anziana, profumata da sempre del celebre Mitsouko di Guerlain, dopo una vita caratterizzata da fasi diverse e alterne, ora giace vestita di Shantung azzurro nella camera da letto della sua stanza, nella casa di famiglia piena di lei, dei suoi oggetti, degli abiti, delle preziose suppellettili, dei portaritratti, uno dei quali, da sempre, ricorda Teresa, la ritrae giovane e sorridente a Torre Mucchia, forse negli anni della guerra.
La figlia ha avuto un rapporto difficile e a volte tempestoso con questa madre severa, autoritaria, tutta presa da sé e dal fascino che sapeva di emanare, e dopo scontri e incomprensioni aveva scelto di studiare a Roma, di partecipare al movimento studentesco del ‘68, di allontanarsi sempre di più dalle sue radici, dopo il matrimonio con Cesare, affezionato e protettivo nei riguardi della giovane e tormentata Teresa, presto madre di Carlotta, bibliotecaria, studiosa, avida lettrice, diversa in tutto dalla figlia che sua madre Grazia avrebbe desiderato. Teresa, dunque, arrivata nella casa di famiglia, dopo le visite di rito e il funerale, attonita, scopre che sua madre era morta praticamente in miseria, avendo venduto tutto ciò che possedeva, compreso il celebre villino stile Liberty nella contrada Portelle, vanto della famiglia Savio da più generazioni, luogo mitico dove, nell’agosto 1925, si era svolto un rito indimenticabile, il battesimo della piccola Grazia, nata dopo anni di vana attesa di un erede maschio, unica figlia vezzeggiata della ricca famiglia abruzzese formata da Flora e Francesco Saverio Savio, determinati, dopo la fine della Grande guerra, a ripristinare l’agiatezza che veniva da una grande fornace di laterizi, da terre e possedimenti vari. Alla festa sontuosa, partecipano i maggiorenti del luogo, la sorella di Flora, Lisa, tenuta un po’ in disparte, don Saturnino, l’officiante, il farmacista dottor Javicoli, un promettente scienziato e numerose famiglie napoletane, baresi, che villeggiano nella città di mare e che costituiscono il pubblico ideale per l’affermazione sociale dei Savio; verrà suonata una canzone scritta per l’occasione, La valse des bebés. Grazia avrà una mademoiselle francese, Pauline, che ne seguirà per anni la formazione, mentre in Italia il fascismo si afferma sempre più decisamente e troverà nei coniugi Savio convinti sostenitori: Grazia farà la sua parte di figlia della Lupa e più tardi di Giovane Italiana, sempre perfettamente abbigliata e convinta del suo ruolo di privilegiata principessina.

Teresa rimane stordita dalle inattese rivelazioni e da quel momento cerca di scoprire, attraverso lettere, ritagli di giornale, libri, documenti, fotografie, testimonianze, quale sia stata davvero la vita della sua famiglia, di sua madre in particolare, che ora le appare sempre più sconosciuta e distante. Attraverso le pagine del romanzo la ricerca di Teresa trascinerà anche noi lettori all’interno di una storia familiare che si dilata divenendo storia di una parte dell’Abruzzo per lo più quasi sconosciuta. Grazia raccontava alla piccola Teresa le storie di Madama, moglie di Ottavio Farnese, figlia dell’imperatore Carlo V d’Asburgo, governatrice dei Paesi Bassi, decisa però in età matura ad abbandonare il potere rifugiandosi ad Ortona, città che il marito le aveva regalato e dove lei si era fatta costruire un magnifico palazzo rinascimentale, rimasto incompiuto alla sua morte. Ma seguendo le vicende dei Savio, ci imbattiamo nella Seconda guerra mondiale, nel luogo dove avvennero fatti determinanti per la storia del nostro Paese.

Quell’angolo di mondo, ignoto ai più, è diventato da pochi giorni un imbuto dove si sono concentrati fatti, persone, avvenimenti che stanno cambiando la storia.

La notte del 9 settembre 1943 un lungo corteo di macchine scure raggiunse il castello di Grecchio, per consentire ai reali, a Badoglio e all’erede Umberto di trascorrere la notte prima di imbarcarsi, la mattina dopo, sulla corvetta Baionetta, alla presenza dell’ammiraglio De Courten e del Generale Roatta, che li avrebbe portati a Brindisi o a Bari, dove il governo protetto dagli alleati avrebbe trovato una sede sicura, lontano dalle rappresaglie tedesche. In quei giorni arrivò in Abruzzo e fu ospitata nell’albergo Sole di Chieti anche la principessa Mafalda di Savoia, il cui destino atroce tutti conosciamo. In quel pezzo di terra correva la linea difensiva Gustav, che attraversava l’Italia dall’Adriatico al Tirreno, giungendo a Cassino. In quei lunghi mesi di guerra gli alleati, americani e canadesi, combatterono sanguinosissime battaglie, tanto che la città di Ortona fu detta la Stalingrado italiana.

Con grande capacità di padroneggiare i tanti filoni del romanzo, Giulia Alberico costruisce una storia di largo respiro mescolando vicende private a storia collettiva, visione politica a emozioni personali, rapporti intimi ad analisi sociologiche, in una narrazione piena di pathos, di scoperte inattese, di domande che non avevano mai avuto risposta.
In questo suo ottavo romanzo, Giulia Alberico sembra aver allargato la sua visione del mondo, più matura, più consapevole, più saggia, più profonda. Ad ogni riga si nota un’intensità della scrittura capace di restituirci sulla pagina odori, profumi, sensazioni tattili, rumori, voci di dialogo, oggetti, vestiti, soprammobili che ci descrivono le epoche, il trascorrere del tempo, il cambio di abitudini, di rapporti, di modi di interpretare la realtà. Ad ogni pagina si nota la cultura di Giulia, vasta, varia, mai accademica, aperta ad ogni forma di osservazione della realtà: ecco allora tante automobili, una Fiat 2800 grigioverde, quella dei reali in fuga, una Renault 4, auto culto negli anni Settanta, una Balilla 508 B, una Lancia Appia color crema, una scassata Fiat 500, a raccontarci molto del trascorrere del tempo, come anche i film, La Corona di Ferro e Vacanze romanze, due icone della cinematografia italiana; la poesia di Emily Dickinson sul mito delle Esperidi. E ancora gli oggetti, i mobili, le argenterie, le porcellane Herend, il braccialetto con i ciondoli, la stola di volpe ceduta in cambio di un po’ di zucchero, orribili rose finte blu, fino alle sedie della Kartell nell’auditorium romano dove la ormai matura Teresa va ad ascoltare un professore trecentista, che spiega un sonetto d’amore di Petrarca ad un pubblico entusiasta di giovani. La lingua che nel romanzo si distende è caratterizzata da un gran numero di aggettivi, scelti con cura, qualificativi in modo davvero efficace: Grazia cresce protetta, ammirata, servita, ma agli occhi della figlia è sempre amara, ignota o forse ignorata, la piccola Teresa è giudiziosa, il luogo delle origini ospitale, lieto, casalingo e selvaggio. Passato e presente, letture e amicizie, dolore e insonnia, amicizia perdute e ritrovate, misteri svelati, voci del passato che si rivelano più morbide e meno crudeli, e, alla fine di tutto, una speranza di futuro e di possibile felicità: c’è la vita, nel suo fluire, nelle sue angosce, nei suoi tentativi di risarcimento, nei suoi amori difficili, nelle passioni estreme, in questo romanzo di Giulia Alberico, profumato di fiori, di essenze, di Mitsouko.

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