“I custodi di Slade House” di David Mitchell

Inquadrare attraverso un focus unitario “I custodi di Slade House” di David Mitchell (Frassinelli, 2016) è come illudersi di fissare l’immagine di un fantasma senza sfocature. Va specificato a monte di ogni ulteriore discorso: I custodi di Slade House si sottrae alle rigide categorizzazioni “di genere”. Inizia come un gotico moderno, ammicca al fantasy mentalista alla Scanners (David Cronemberg), per poi sfociare in zona thriller Sci-Fi con annesso scontro tra Bene e Male. Il tutto non senza refoli di ironia (che non guastano mai), cambi di marcia e di registri narrativi che dalle brume nebbiose del post-vittoriano approdano al linguaggio 2.0 del virtuale. David Mitchell è una delle voci meno prevedibili della narrativa mondiale (i suoi precedenti romanzi, in Italia, sono tutti editi da Frassinelli) e “I custodi di Slade House” è qui per confermarcelo in pieno.

Di cosa parliamo dunque quando parliamo di Slade House? Di qualcosa di non-inquadrabile, di un X-file, di tutto e niente di preciso, proprio in virtù della sua sfuggevolezza, di qualcosa dotato di potere suggestionante. Slade House come l’ingresso alla casa-che-non-c’è. Come svincolo onnidimensionale. Come classica dimora di vampiri di anime (due inquietanti fratelli gemelli, maschio e femmina). Come infinito gioco di specchi. Come proiezione di sensibilità speciali. Ciò che più inquieta di Slade House è che non è una magione sperduta nella campagna inglese. Slade House è una vecchia casa di Londra: con un po’ di coraggio e a tuo rischio e pericolo puoi trovartela dietro l’angolo del classico pub londinese: una porta nera senza battenti lungo il muro di mattoni che costeggia un vicolo strettissimo. L’ingresso fantasma che ogni nove anni, l’ultimo sabato di ottobre, immette a Slade House.

La casa che ti accoglie non senza buone maniere, e da cui alla lunga è impossibile scappare. Nella sua rete finiscono soltanto persone dotate di un’aura singolare. Sono persone tristi o sole o dibattute o tutte e tre le cose assieme. Col tempo e nel tempo ci finiscono dentro e poi scompaiono un adolescente particolare, un poliziotto fresco divorziato, un introverso studente universitario. E - prossimi alla resa dei conti finale - ci finisce dentro anche una psichiatra junghiana. Disincantata quanto basta per tentare di inquadrare sotto una luce scientifica la leggenda di Slade House (ma attenti al colpo di scena!). Dati i risvolti a sorpresa della trama sarà bene fermarsi a questo punto. Vi basti ancora sapere che tra le pagine di questo romanzo post-gotico smarrirete giocoforza un bel po’ di certezze (se le avete), e il fatto sorprendente è che infine ne sarete quasi sollevati.

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