“Il castello di San Michele” di Laura Caputo

“Fino a ieri per me la camorra era solo una delle tante parole quando si fa giudiziaria al nord. Voglio vederla, toccarla: se ha un senso, voglio capire”.

Laura Caputo, scrittrice e giornalista milanese, decide di scrivere la biografia di un boss della camorra, ergastolano e rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Carinola. Vuole capire di più della struttura camorristica e non esita a scendere nella provincia di Napoli. Vi soggiorna per conoscere l’ambiente e avere informazioni tali da portare a termine le indagini giornalistiche per il suo “Il castello di San Michele” (Leucotea, 2012). L’impatto con i luoghi e le persone non è subito comprensibile ai suoi occhi. L’entroterra napoletano è una terra di comando, di conquista, e lo stato di abbandono nel quale si è costretti a vivere è la prima legge dell’antistato alla quale si deve obbligatoriamente sottostare.

“La mia vita era lontanissima e troppo diversa, le mie strade erano pulite e i bambini andavano a scuola”.

Chi vive qui, in queste condizioni, non potrà mai opporsi e sarà sempre costretto all’obbedienza. Un paese accogliente, con partecipazione e fervore, crea la convivenza civica e la cultura del rispetto.

“Cosa induceva la gente a entrare in un’organizzazione criminale? Forse scelta non c’era perché non esisteva una realtà alternativa? Lo Stato, del quale ciascuno avrebbe dovuto sentirsi cittadino, era invece percepito come una realtà remota e vessatoria fin dal lontano Risorgimento”.

Laura Caputo si interroga e scava nel profondo degli occhi delle donne e degli uomini che incontra e cerca le risposte. Deve superare le prime diffidenze, le omertà e le minacce mascherate come consigli. Lei è una cronista giudiziaria, ha lavorato con le persone più disparate, in Francia con gli accoliti del clan dei marsigliesi e altrove con i terroristi dell’ETA. Non interrompe la ricerca, adempie con perseveranza e professionalità al prosieguo del suo lavoro. È piena di coraggio e desiderosa delle verità. Visita le procure di Caserta, Napoli e Salerno e conosce i magistrati anti camorra. Ne apprezza il lavoro, essi sono costretti a vivere sotto scorta e soprattutto sono coscienti di avere le mani legate, sono controllati dai servizi segreti come lo è la nostra Laura Caputo alla quale, nel corso delle sue indagini, si affianca un presunto collega giornalista. I rapporti tra le società del crimine, da una parte, e le istituzioni dello Stato, dall’altra, hanno radici profonde: dal sequestro Cirillo, quando lo Stato decise di utilizzare la N.C.O. contro i Nuclei armati proletari, alle tangenti del dopo terremoto.
L’eventuale “pentimento” di un boss porterebbe alle verità scottanti di collusione politica e di collusione nei sistemi dell’economia e della finanza e alla convinzione di una sola verità: lo Stato con la sua debolezza, ha determinato l’arretramento dei diritti dei cittadini e la condanna per loro a vivere nei sistemi criminali.

La scelta della scrittrice Laura Caputo è di non aver voluto costruire un romanzo basato sugli atti giudiziari o processuali, con nomi e descrizioni, ma sulla volontà di capire un mondo reale ed opposto alle regole dello Stato e comprenderne le logiche. È evidente il riferimento ai primi anni Novanta. Si è chiuso il processo a Cutolo e ai suoi affiliati. Raffaele Cutolo è il boss in questione, sposato con una giovane ragazza di diciassette anni ed è anche colui che acquistò il Castello mediceo di Ottaviano, con 375 stanze, la casa del padrino. Successivamente confiscato, restituito alla città, è ora simbolo di legalità. L’autrice aderisce alla voglia di riscatto di intere comunità, comprende eruditamente la storia passata e recente, senza pregiudizi e stereotipi, deontologicamente individua i poteri forti e dedica la sua opera alle vittime innocenti della camorra. Un libro da leggere e da consigliare!

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