"Il comune senso del pudore" di Marta Boneschi

Nelle tante storie che raccontano il nostro paese, quella del costume e della sua evoluzione lungo tutto il secolo scorso è una delle meno frequentate; la storica Marta Boneschi, di cui negli anni Novanta avevo apprezzato e studiato i due volumi “Poveri ma belli” e “La grande illusione”, propone oggi per il Mulino un bel volume, che ripercorre con criteri scientifici, ma anche con la leggerezza che contraddistingue la sua scrittura lo spinoso tema del pudore, in un paese, come il nostro, dalla fortissima componente cattolica.
Già il titolo, “Il comune senso del pudore”, uno stereotipo a cui si sono attenuti per anni legislatori, fustigatori dei costumi, censori e magistrati, ci pone un interrogativo: qual è, se c’è, il comune senso del pudore? Chi lo decide? Quanto c’è di arbitrario e soggettivo in un aggettivo come “comune”?

Nelle pagine del libro, che occupano la storia di tutto il Novecento arrivando ai nostri giorni, Marta Boneschi indaga, riferisce, cita, racconta un’infinità di episodi, di dichiarazioni, di esiti di processi, di articoli di giornali, di sentenze. Intorno al tema del pudore e della sua difesa si sono scatenate lotte violente nel corso di tutto il secolo, ci sono stati schieramenti politici, religiosi, che hanno ingaggiato battaglie furibonde. Al centro di tutto questo dibattito il ruolo delle donne: già, perché il pudore si riferisce soprattutto a loro, al loro corpo, alla loro sessualità, al loro rapporto con il maschio e con una società che per secoli l’ha vista solo oggetto di piacere e/o sposa e madre. Nel libro compaiono personaggi che hanno fatto l’Italia: politici, membri del clero, artisti, giornalisti, scrittori, giudici, quasi tutti uomini. Alcune donne che hanno tentato di riportare il tema ad orizzonti più vasti e meno impregnati di pregiudizi moralistici, Anna Maria Mozzoni, Margherita Sarfatti, Armida Barelli, che negli anni venti:

contempera un minimo di modernità con un massimo di virtù femminile. La sua ricetta è intelligente ma tutt’altro che democratica.

Repressione, censura, gallismo, rigore, lassismo, nudità, decenza, oltraggio, sessualità, pornografia, queste alcune delle parole chiave attorno alle quali la riflessione analitica di Boneschi risulta più efficace ed interessante. Grandi nomi dell’arte, della cultura, della letteratura, del cinema ricorrono nella narrazione ed illuminano alcune pagine talvolta oscure, altre ridicole, della storia che viene raccontata; processi che si concludono con clamorose assoluzioni, per non aver commesso il fatto, intentati da rigorosi moralisti, giudici e poliziotti benpensanti. Pagine significative dedicate al ruolo svolto sin dalla fine della guerra dall’allora sottosegretario Giulio Andreotti, censore del cinema che proponeva immagini troppo audaci, mentre con il 1960 e l’apparizione de La dolce vita molti tabù sarebbero necessariamente caduti, di fronte alla portata innovativa del cinema felliniano. Minigonne, bikini e topless, dal seno nudo di Clara Calamai, a Cicciolina e Moana Pozzi, lo scandalo del giornalino scolastico del liceo Parini di Milano, La Zanzara, che conteneva un’inchiesta “cosa pensano le ragazze d’oggi”, che divenne un caso nazionale, portando i minorenni autori dell’articolo in tribunale: tutte tappe che portarono alla evoluzione di mode, costume, moralità, superando gli ostacoli che una parte più retriva dell’opinione pubblica continuava a condannare, in nome di valori censori troppo spesso confusi con una diffusa ignoranza.
Scrittori, registi, artisti, cantanti, musicisti, critici, vennero ripetutamente accusati di violare con le loro opere il confine della decenza, ne pagarono i prezzi Vitaliano Brancati, Pier Paolo Pasolini, Fabrizio De Andrè, Guccini, Testori, De Sica, Bertolucci. Personaggi noti, come Mina e Fausto Coppi, pagarono duramente la loro vicenda privata trasgressiva. Proprio Brancati, la cui commedia “La governante” era stata censurata perché trattava un tema innominabile, l’omosessualità femminile, scriverà una frase che rappresenta la sintesi perfetta di un atteggiamento pervasivo nell’Italia del secondo dopoguerra:

L’Italia non si stanca mai di essere un paese arretrato. Fa qualunque sacrificio, perfino delle rivoluzioni, pur di rimanere vecchio.

Nella parte conclusiva del saggio, Marta Boneschi, dinanzi al dilagare della volgarità e del turpiloquio che ha invaso la sfera politica, i social, le televisioni, i giornali, si spinge ad una riflessione intelligente, colta ed illuminante:

I moralisti non aiutano, perché si indignano senza indicare una via ragionevole per ritrovare un comune senso del pudore, riveduto, corretto e largamente accettabile, come avevano fatto oltre cinque secoli fa Erasmo da Rotterdam e Giovanni Della Casa.


Un suggerimento anche per la nostra inadeguata classe odierna di politici e amministratori.

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