"Il delitto di Agora" di Antonio Pennacchi

Nel 1998 l’editore Carmine Donzelli aveva convinto Antonio Pennacchi a scrivere un romanzo basato su un delitto che era avvenuto in un piccolo paese dei Monti Lepini, Agora, anche se apparentemente controvoglia, lo scrittore aveva accettato di scrivere il libro pubblicato con il titolo “Una nuvola rossa”.
Ora, a distanza di venti anni, quel romanzo “che non mi piaceva”, è stato ripreso in mano dall’autore che lo ha riscritto con diverso finale ed esce ora con Mondadori, intitolato “Il delitto di Agora”, mentre conserva il sottotitolo “Una nuvola rossa”.

Cos’era che aveva affascinato Donzelli e che ha convinto Pennacchi e rimettere mano a quella storia? L’inconoscibilità del reale, l’impossibilità di conoscere la verità, la discrezionalità con cui si muovono le autorità costituite, polizia, carabinieri, giudici, la leggenda che viene man mano costruita intorno a fatti gravissimi, ma impossibili da verificare, dalla “vox populi”. Antonio Pennacchi compone un affresco che racconta un pezzo di storia contemporanea, ponendola però in un’accuratissima ricostruzione storico-antropologica che spazia nel tempo, restituendoci un’immagine di un luogo, la parte del Lazio che da Cisterna giunge a Terracina e al Circeo, attraverso le “terre redente” dalla bonifica operata nel ventennio mussoliniano, che assumono, nelle pagine dello scrittore, una sorta di tono leggendario, perché in quei luoghi ha vissuto l’uomo di Neanderthal e poi l’uomo Sapiens, sono passati i Romani, sottomettendo le città latine preesistenti alla stessa Roma, Norba, ad esempio, distrutta ai tempi di Mario e Silla.
Una porzione di territorio dalla storia millenaria, ricca di leggende e di archeologia, di cui Pennacchi è profondo conoscitore, fa da palcoscenico ad un duplice delitto che si consumò alla fine degli anni Novanta:

Domenica 25 febbraio 1996 era stata una gran bella giornata. Freddina. Ma senza una nuvola per tutto l’Agro Pontino. Dal tempio di Minerva si vedeva il mare e sullo sfondo, a fianco del Circeo, le isole di Ponza e Ventotene.

In una casa di Agora, 8000 abitanti, piccolo paese di fantasia arroccato sui Monti Lepini, vengono trovati morti due giovani fidanzati, Emanuele e Loredana, colpiti da un numero infinito di coltellate, anche se c’è pochissimo sangue intorno a loro. Il ritrovamento avviene dopo ore di ricerche dei due ragazzi ad opera del padre di lei, ex maresciallo dei carabinieri, del fratello quindicenne Michele e di un amico della coppia, Giacinto, arrampicatosi per primo su una scala appoggiata al muro del piccolo appartamento di Emanuele. Nella concitazione del momento forse si perdono molte prove a caldo del drammatico evento, e per questa ragione le indagini, che polizia e carabinieri portano avanti insieme, finiscono per ingarbugliarsi producendo un vero pasticcio che porterà ad accusare e a condannare chi presumibilmente è innocente.

L’interesse del libro sta comunque nella personalità di Pennacchi, che affronta un genere, il giallo, che dichiaratamente non gli piace, mescolandolo con tutto ciò che invece a lui piace molto: la storia del territorio, l’origine e l’antropologia complessa di quei luoghi, le tradizioni, le abitudini, il dialetto, la psicoanalisi, il concetto di giustizia, la vera impossibilità di scoprire la verità, di affermare la colpevolezza come cosa scientificamente accertabile. Una parte cospicua del libro è formata dai verbali dei numerosissimi interrogatori a cui vennero sottoposti tutti i probabili testimoni del delitto: pagine fredde, espresse in una lingua burocratica che lascia interdetti: verità, menzogne, mezze verità vengono miscelate in una serie di affermazioni contraddittorie, mentre spostamenti, orari, trasmissioni televisive, avvistamenti, inviti, telefonate, tutto diventa il contrario di tutto in questa giostra impazzita di ammissioni, confessioni, ritrattazioni, smentite.
Il concetto stesso di giustizia viene messo a dura prova, in una specie di calderone dove tutti sono un po’ colpevoli, nessuno può dirsi del tutto innocente, né gli amici della coppia uccisa, né i genitori di Loredana,nella cui vita ci sono molti segreti, né il prete, Don Angelo, né l’orefice che ha comprato da Emanuele una catenina d’oro e l’ha immediatamente fatta fondere, né chi fa uso di sostanze stupefacenti, quasi tutti, né chi viene accusato di omosessualità o di incesto.

Il finale è la vera sorpresa del libro, che offre pagine di riflessione giuridico-filosofica molto interessanti, intervallate da considerazioni personali dell’autore spiritose e spiazzanti, colte e raffinate, intriganti e inattese. Da non trascurare “Le note al testo”, nel quale lo stesso Pennacchi fornisce al lettore la sua personalissima chiave di lettura del libro. Intelligente e ironica la conclusione della storia, che fa pensare a tanti delitti rimasti impuniti o a tanti innocenti condannati.

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