“Il desiderio di essere come tutti” di Francesco Piccolo

Premio Strega annunciato e regolarmente vinto: il libro di Francesco Piccolo, la cui vittoria veniva sbandierata e data per scontata, mi aveva allontanato la curiosità di leggerlo, pur stimando l’autore. Solo dopo parecchio tempo, mi sono risolta a leggere il libro esposto in tutte le librerie e presentato ovunque.
Premesso che non amo il genere autobiografico sull’attualità, mi sono dovuta ricredere: il romanzo di Piccolo è un libro interessante, che si legge con piacere e che racconta la storia di una generazione, alla quale in parte appartengo, con leggerezza ma anche con serietà, con commozione ma anche con acuto senso critico, su di sé e su chi ha nutrito speranze, troppo spesso deluse.

Francesco Piccolo è nato a Caserta, dove ha vissuto infanzia e giovinezza. L’episodio che ne segna l’esperienza di vita avviene quando a pochi anni si intrufola con due compagni nottetempo nel giardino della Reggia: i due amici svaligiano il frigorifero pieno di bibite e gelati, lui resta attonito di fronte alla scultura nella fontana che ritrae il bagno di Diana nuda scoperta da Atteone, che subirà la punizione di essere trasformato in cervo; l’episodio mitologico, la bellezza della fontana, lo splendore del giardino della Reggia borbonica, tutto farà parte della esperienza interiore dell’adulto Piccolo e ritornerà in modi diversi a ripetersi nella sua fantasia.

Il libro si divide in due grandi periodi: la vita (pura) al tempo di Berlinguer, la vita (impura) al tempo di Berlusconi. Il rapporto con la politica, con il comunismo in particolare, il contrasto con il padre e con la società che quello rappresenta, il contrasto profondo di due Italie che continuano a contrapporsi in modo violento ritorna nel libro trasfigurato in immagini letterarie nitide e ben raccontate. Personaggi che hanno segnato la vita del nostro paese, da Moro a Camilla Cederna, da Sofia Loren ai Brigatisti rossi, da Craxi a Fausto Bertinotti, ritornano nella narrazione e ci raccontano la formazione, le illusioni, la caduta delle speranze dello scrittore, alternate a pezzi di giornalismo e di letteratura: un articolo di Rosellina Balbi, gelosamente conservato, la lettura del racconto “La promessa” di Dürrenmatt, la citazione lunga ed articolata del film di Ettore Scola “La terrazza” e ancora Milan Kundera, Calvino, Ermanno Olmi, Altman, Natalia Ginzburg autrice della epigrafe con cui il libro si apre... tutto ci riporta alla storia del nostro recente passato, alle esperienze culturali, umane e politiche che ciascuno di noi ha fatto nel tentativo di rendere il nostro un paese normale, una normale democrazia europea.

”Presi il taccuino, e lì, come se dovessi ripartire da capo, cominciai a scrivere tracciando un segno di divisione, delle frasi brevi, che mi sembravano più significative delle pagine lunghissime che scrivevo con la frenesia di prima”


Parole che l’autore usa per raccontare la sua vocazione alla scrittura, la sua scelta di non scrivere romanzi lunghi e incompiuti, ma di imitare Fitzgerald con il suo “ossessivo esercizio sulla frase”.

Molto interessante il rapporto fra Piccolo e le donne che ci viene raccontato con i personaggi della giovane Elena, comunista ortodossa di cui il giovane Francesco si innamora perdutamente e che sarà la sua iniziatrice alla politica e all’impegno, e poi con la moglie, “Chesaramai”, la compagna fedele capace di minimizzare, ridimensionare, equilibrare i sogni, le depressioni e le grandi speranze dell’autore.

Il romanzo offre molte suggestioni, molti spunti di riflessione, molti ripensamenti su come siamo, come eravamo, come avremmo potuto essere. Insomma, un libro da leggere e meditare, e in certe pagine, da condividere:

“Perché l’Italia è il Paese che amo io, e qui ho le mie radici, le mie speranze, e i miei orizzonti”

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