“Il giorno che aspettiamo” di Jill Santopolo

“Ho scritto ‘Il giorno che aspettiamo’ nel corso degli ultimi quattro anni, dopo la fine di una relazione.
Lucy non sono io, ma i sentimenti di amore e perdita, speranza e rimpianto che lei prova sono i sentimenti che ho provato io.
Scrivendo questo romanzo, ho imparato che, sebbene ogni persona sia diversa e ogni relazione sia unica, il modo in cui si ama e il modo in cui si smette di amare hanno vari tratti in comune. Spero che leggendo ‘Il giorno che aspettiamo’, ricorderai il tuo primo grande amore, com’è stato bello, forse anche doloroso, ma di certo straordinario”.

Introduce con queste parole il suo romanzo d’esordio la scrittrice americana Jill Santopolo, “Il giorno che aspettiamo” (Nord, 2017) e, sia che abbiate vissuto una grande storia d’amore, sia che la stiate vivendo o ancora aspettando, questa lettura non tradirà le vostre aspettative.

Due studenti newyorkesi all’ultimo anno di università, Lucy e Gabriel, Gabe, si incontrano per la prima volta durante una lezione del seminario su Shakespeare, l’11 settembre 2001.
Ancora non sanno che questa data rimarrà impressa non solo nella loro storia personale, ma anche nella Storia degli Stati Uniti e del mondo intero. Scossi e increduli, mentre guardano dal tetto del dormitorio la città in fiamme, si baciano: forse per sentirsi vivi in mezzo a tanta devastazione, o forse per trovare nel contatto fisico l’unico antidoto alla paura.
Stare insieme significa molto per entrambi – Lucy, Luz, ha riempito di “luce” una giornata buia –, ma Gabe deve tornare dalla sua ex ragazza, disperata perché il fratello è fra i dispersi.
Un anno dopo la laurea, qualche avventura e una storiella che dura da sei mesi con un collega, proprio durante una festicciola fra amiche per i suoi ventitré anni, Lucy rivede Gabe: è il suo regalo di compleanno da parte dell’universo o l’occasione, per la sua vita, di prendere la svolta che non ha scelto prima?
La passione fisica che lega i due giovani è pari solo alla determinazione con cui ciascuno cerca di far avverare i propri sogni: Gabe vuole fotografare tutto – non solo la bellezza – e raccontare storie con la macchina fotografica; Lucy, invece, vuole rendere il mondo un posto migliore, anche attraverso il programma televisivo che produce, pensato per aiutare i bambini a comunicare le proprie emozioni. Entrambi hanno un progetto da realizzare e sono convinti che nessuno potrà costringerli a rinunciarvi, ma proprio il giorno in cui il programma di Lucy vince un prestigioso premio, Gabe le confessa di aver accettato, senza averne neppure parlato prima con lei, una proposta di lavoro come fotografo in Medio Oriente, nelle zone di guerra.
Superare il distacco e la perdita non è facile: la ragazza è devastata, tutto le ricorda Gabe e le poche e superficiali risposte che riceve via mail vengono archiviate in una cartella chiamata Disastro.
Verso la fine dell’estate, Lucy conosce Darren, un uomo sicuro di sé, affidabile, sensibile, molto attento alle sue esigenze, anche se non sempre condivide la sua dedizione per il lavoro e la carriera. I due si frequentano, si innamorano e, nonostante i dubbi scatenati in Lucy ogni volta che Gabe ricompare – di persona, o sotto forma di telefonata, mail, fotografia o mostra –, vanno a vivere insieme, si sposano e hanno due figli.

Tredici anni dopo quell’11 settembre, Lucy ha però la necessità di ripercorrere con Gabe la loro esperienza, i sentimenti che lei ha vissuto, anche il rapporto col marito; tutte le cose che non ha saputo o voluto dirgli e le scelte l’hanno portata dov’è ora:

“Io e te ci conosciamo da quasi metà della nostra vita.
Ti ho visto sorridere, sicuro, al colmo della gioia.
Ti ho visto afflitto, ferito, smarrito.
Ma non ti ho mai visto così.
Mi hai insegnato a cercare la bellezza. Nell’oscurità, nella distruzione, tu hai sempre trovato la luce.
Non so quale bellezza potrò trovare qui, quale luce. Ma ci proverò. Lo faccio per te. Perché so che tu, per me, lo faresti.
C’era tanta bellezza nella nostra vita insieme.
Forse è da lì che dovrei cominciare”.

Probabilmente, la traduzione letterale del titolo – che in questo caso sarebbe La luce che abbiamo perso – avrebbe reso in modo più diretto il nucleo attorno al quale ruota tutto il romanzo: Lucy e Gabriel sono come una stella binaria, orbitano uno attorno all’altra. Lucy è per Gabe la sua stella, il sole, emana luce e attrazione gravitazionale. Eppure, come in tutti i rapporti, non mancano ombre e momenti bui: quando si perde la luce che ci guida, si precipita nell’inquietudine delle tenebre più profonde.
Nel seguire la storia d’amore fra i due giovani, ci si rende conto che la passione ha attraversato la loro esistenza come una stella cadente, che si consuma velocemente illuminando la notte, ma l’amore che li ha uniti all’inizio del loro rapporto era così forte che ha lasciato una traccia indelebile.

Nei brevi e numerosi capitoli che si susseguono – ognuno comincia con la constatazione di una sorta di “verità generale”, continua con la voce limpida e chiara di Lucy e termina con una frase che ci lascia con la necessità di proseguire la lettura – la donna si rivolge direttamente a Gabe e lascia intuire che qualcosa di grave è successo nel passato più recente: avvicinandoci al presente (consiglio alle più sensibili di avere qualche fazzoletto a portata di mano), le rivelazioni non mancano e, nonostante la tragicità della situazione, Jill Santopolo sembra convinta che un barlume improvviso può sempre ricondurci alla speranza.

Sullo sfondo di alcuni eventi storici – oltre alla caduta delle Torri Gemelle, la presidenza di Obama, la morte di Osama bin Laden – Lucy si interroga su questioni che il lettore è portato a sua volta ad approfondire: la passione, l’amore, il destino, la vita come risultato delle nostre scelte, più o meno consapevoli, ma anche di forze che sono fuori dal nostro controllo e del caso.
E poi, com’è possibile conciliare sentimenti e razionalità, i nostri sogni e le nostre aspirazioni con i sogni e le aspirazioni della persona che amiamo, se questi richiedono delle rinunce?
Infine, saremmo pronti a sacrificare brevi momenti di pura felicità, per una rapporto stabile e sicuro, ma meno intenso? E’ possibile aprire il nostro cuore all’amore, se sappiamo di averlo dato ad un altro?

Jill Santopolo non chiede di provare empatia a tutti i costi per i protagonisti, che a volte possono risultare egoisti e insensibili – Gabe, soprattutto, ma anche Darren, l’uomo quasi perfetto, che tutte vorrebbero al proprio fianco –, né di giudicarli o di giustificarli, ma di capirli, mettendoci nei loro panni: gioire con loro, soffrire con loro, trasformarci con loro...
Chiunque sia innamorato, o sia stato innamorato e ricorda il suo primo amore, avrà certamente una risposta personale da dare a tutte queste domande.

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