“Il male oscuro” di Giuseppe Berto

Dei primi tre romanzi di Giuseppe Berto, scritti tra il 1944 e il 1950, “Il brigante” uscì nel 1951. Venne preso a “insolenze” e ricevette una memorabile stroncatura da Emilio Cecchi, critico d’arte e letterario, fra le figure di maggior rilievo del giornalismo culturale italiano della prima metà del Novecento.
Lo stesso Berto nell’appendice a “Il male oscuro” precisò:

“Stava a me dimostrare che aveva torto cioè far vedere che, pur sotto un impianto ingenuamente neorealistico, quel romanzo conteneva i segni di una giusta evoluzione, ossia aveva, rispetto ai romanzi precedenti, una maggior penetrazione psicologica e un linguaggio più curato e complesso. Bastava sviluppare quelle premesse. Mi venne la nevrosi.
Della mia nevrosi potrei dire come del suicidio di Pavese: non mi è venuta per questo, ma sicuramente mi è venuta anche per questo. La nevrosi è una malattia basata sulla paura. Paura di tutto: della morte, della pazzia, della gente, della solitudine, del movimento, del futuro. Per uno scrittore è, particolarmente, paura di scrivere. […] A quel tempo ero quasi certo che non avrei scritto mai più. Poi la disperazione mi portò a tentare, dopo che avevo provato e scartato decine di medici d’ogni scuola e tendenza, la psicoanalisi”.

Pur riconoscendo il principio su cui si basa la terapia psicoanalitica, ovvero che nella primissima infanzia abbiamo avuto una vasta gamma di esperienze - amore, odio, paure, gioie, attrazioni e ripulse... – che, anche se dimenticate, sono rimaste dentro di noi, depositate nell’inconscio, da dove continuano a influire sulla nostra condotta, Giuseppe Berto individuò nell’analista il vero punto di forza: ebbe infatti la fortuna di trovare un uomo straordinariamente buono, intelligente, comprensivo e attento.
Dopo averlo aiutato a uscire senza eccessivo sconforto dalle crisi più brutte del male e a guardare gradatamente dentro di lui, lo sostenne nello sforzo di ricominciare a scrivere:

“Così scrissi “Il male oscuro”, che è press’a a poco il racconto della mia malattia. Lo buttai giù in Calabria, in un luogo isolato che si chiama Capo Vaticano, impiegando poco più di due mesi di tempo, senza gravi difficoltà. […] La grande paura era di fermarmi e forse fu questa paura che mi fece trovare un modo di scrivere, sembra abbastanza nuovo: periodi interminabili che corrono per pagine e pagine senza punti, con pensieri che si collegano l’un l’altro in apparente libertà – sono, in fondo, le associazioni della psicoanalisi – ma con un costante desiderio di ordine, di logica, di chiarezza”.

Eliminata la possibilità di qualsiasi connessione con Joyce, ma sentendosi alle spalle Svevo e Gadda, Giuseppe Berto riscrisse il libro in un anno e mezzo e proprio ne “La cognizione del dolore” di Gadda – mirabile descrizione di un nevrotico – trovò il titolo: “Il male oscuro”.
Nonostante racconti una straordinaria sequela di disgrazie, non si tratta di un romanzo deprimente o noioso, soprattutto grazie all’umorismo che si mescola agli avvenimenti più tragici e tristi. Come, appunto, in Svevo e Gadda, un nevrotico non potrebbe scrivere se non fosse sostenuto dall’ironia e l’umorismo: “una fortuna, in mezzo a tanti malanni”.

Il male oscuro” è stato pubblicato nuovamente da Neri Pozza, con una nota di Emanuele Trevi, così da poter essere riproposto – insieme ad altri romanzi di Berto, “Guerra in camicia nera”, “Anonimo Veneziano”, “Oh, Serafina”, “La Gloria” – all’attenzione e al riconoscimento dei lettori moderni, perché moderni rimangono i temi e la scrittura di uno dei più grandi autori del Novecento.

Per riassumere il contenuto de “Il male oscuro” – che si può dividere grosso modo in tre periodi o fasi – ci affidiamo ancora una volta alla lucida analisi dell’autore:

““Il male oscuro” è e non è un romanzo. Come romanzo è la storia di un mezzo intellettuale di provincia che viene a Roma sognando di scrivere un capolavoro e finisce per vivere ai margini del cinema, tra i caffè di via Veneto e quelli di piazza del Popolo, pieno di invidia per quelli che hanno fortuna. La morte del padre e alcuni madornali errori clinici lo conducono alla nevrosi. Nonostante questo, si sposa, ha una figlia, continua a lavorare alla meno peggio scrivendo per il cinema, spaesato e ridicolo e sempre più ammalato. Infine ricorre a uno psicoanalista che mette in luce la vera causa della sua nevrosi: la censura troppo stretta del Super-Io, rigido e pletorico”.

Proprio quando sembra guarito, una rivelazione inaspettata potrebbe far riaffiorare nuovamente la nevrosi, ma la prova della sua guarigione è il fatto che, nonostante il trauma, il dolore non si trasforma in angoscia. Il protagonista si ritira dunque in un paesino della Calabria da dove può vedere la Sicilia e, conducendo una vita solitaria e frugale, si dedica al capolavoro che ha tentato per anni di scrivere.
Solo allora la lotta con il padre, durata sessant’anni e quattro mesi, si concluderà con l’identificazione dei due termini contrapposti e con l’accettazione della morte.

“Come non romanzo “Il male oscuro” è la descrizione di una nevrosi da angoscia e della cura per guarirla e delle esplorazioni dell’inconscio per mezzo dei sogni e delle associazioni”.

Rispetto ai due precedenti illustri già citati – “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo e “La cognizione del dolore” di Gadda – Giuseppe Berto è conscio di seguire le strade da loro tracciate, ma con un’assoluta dipendenza di modi narrativi e col fine di raccontare un’esperienza del tutto personale:

“Se la malattia del protagonista era annidata nell’odio per il padre, nelle funzioni sessuali, nell’ansia di trovare Dio, nei meccanismi intestinali, negli abissi della masturbazione, nell’avvilimento di fronte ai radicali, nell’esaltazione del primo bacio, nel terrore dell’omosessualità, nell’ossessione del cancro, nella smodata ambizione, nei torbidi stimoli segreti, ebbene lì bisognava ch’io l’andassi a cercare col coraggio di arrivare il più possibile in fondo...”.

L’autore satirico tedesco Karl Kraus sosteneva che la psicoanalisi è la malattia che essa pretende di curare. In altre parole, la psicoanalisi, che pretende di curare malattie dell’anima, è essa stessa espressione del sistema di valori che quelle malattie rende possibili.
Le discipline che si occupano della psiche si interrogano costantemente sui significati dei sintomi e delle nostre condotte. Ciò appare particolarmente evidente se si considera lo specifico sentimento di colpa, così diffuso nell’esperienza psicopatologica dell’uomo occidentale.
In “Totem e tabù”, Sigmund Freud aveva immaginato un racconto mitico che è essenzialmente il resoconto di un omicidio inespiabile: la problematica edipica, retaggio comune dell’intera umanità, trova il suo fondamento nel ricordo del parricidio che assilla la memoria degli uomini sotto forma del senso di colpa. La storia della psichiatria documenta il pregiudizio negativo nei confronti del sintomo psichico, come espressione della natura peccatrice, che necessita di punizione e purificazione:

“…se io immaginavo mia figlia comportarsi verso di me come io mi ero comportato vero il padre non le vedevo colpa, e tuttavia mi portavo sempre appresso questa irrimediabile colpa di non essermi accorto dell’amore del padre mio ormai defunto, e poteva darsi benissimo che proprio questa fosse la radice del mio male, sebbene d’altro canto potessi anche spiegare che per una diversa strada più semplice e apparentemente più plausibile ero approdato alla conoscenza della peggiore angoscia e paura, addirittura prossimo alla disintegrazione del mio stesso io”.

Per arrivare alla guarigione, è necessario toccare e rappresentare il fondo oscuro e inconfessato dell’animo, il groviglio di istinti, delle tortuosità, il complesso mascherarsi dell’uomo a se stesso.
In breve, i tremendi conflitti che avvengono nella psiche del protagonista con effetti tormentosi e paralizzanti.
L’unica alternativa, sul piano individuale, consiste dunque nell’acquisizione della coscienza, nella consapevolezza delle menzogne con cui mascheriamo le nostre fughe dalla realtà che, nel caso di questo romanzo, rappresenta nel suo insieme un’epoca, solo apparentemente felice.

Le caratteristiche fondamentali della vocazione all’indagine psicologica che vanno via via affermandosi nel testo sono legate alle reazioni del protagonista di fronte all’opprimente conformismo dell’ambiente familiare e sociale cui appartiene; al faticoso processo di liberazione che lo porta a rifiutare i valori di cui il padre era portatore e imposti dall’educazione in un collegio religioso; al mondo della medicina, con le sue contrastanti quanto errate diagnosi; all’ambiente cinematografico, alle sue illusioni e meschinità...
Penetrando a fondo i meccanismi della coscienza, Giuseppe Berto riesce a mettere a nudo con efficacia la sottile trama di autogiustificazione di alibi del protagonista adulto.
Nella descrizione di questo itinerario che inizia con la malattia del padre e la conseguente morte (alla quale il protagonista non assiste, perché arriverà in ritardo), l’autore trascrive gran parte della propria esperienza autobiografica, adottando soluzioni formali originali ed innovative, cui abbiamo già accennato, come il superamento delle normali strutture sintattiche, insufficienti per la prospettiva adottata, con una gamma di soluzioni che vanno dal libero fluire di richiami e di associazioni di idee, ad una prosa dai lunghi periodi e quasi priva dei segni di interpunzione.
Nel complesso si tratta di un “ardito sperimentalismo” che mette in luce, anzi, è la sola forma possibile per esprimere la nevrosi del protagonista.
Gli schemi narrativi tradizionali sono superati dall’interesse per il dato psicologico, per un procedimento analitico che porta alla luce le stratificazioni della coscienza, con la trascrizione immediata e senza alcun apparente ordinamento razionale-sintattico di tutto ciò che vi si agita.
Inoltre, l’autore scardina le categorie temporali, in quanto il fatto, l’accaduto o l’atteggiamento psicologico si presenta con una contaminazione di passato e presente, con una molteplicità di prospettive e valutazioni che si intersecano e sono dovute alle progressive modificazioni che un ricordo ha assunto alla luce di ripensamenti e di esperienze posteriori.
La sperimentazione linguistica diventa dunque strumento di rappresentazione naturalistica: essa permette un recupero del quotidiano che si realizza con la descrizione di ogni aspetto della vita, dalle funzioni fisiche, ai pensieri, al di là di qualsiasi remora moralistica o estetica.
Un realtà desolante, spesso fallimentare, ma mai deprimente, grazie ad una costante vena umoristica: oltre alla consapevolezza, l’ironia, lucida e inclemente, è una delle vie possibili da intraprendere in questo percorso di risanamento.

Lungi dall’essere un uomo incolore, il protagonista esprime una complessa tessitura di immagini e di memoria, di cose lette e studiate, di esperienze giovanili dimenticate e ritrovate grazie all’analisi.
A titolo esemplificativo, nella citazione che segue, l’importanza della lettura mista all’angoscia dell’adolescente:

“… cerco intorno senza trovare uno scopo per la mia vita e solo leggendo mi sembra di vivere, leggendo storie meravigliose che a me non potranno mai accadere, vivo la vita degli altri senza trovare la mia, dov’è la mia vita Natascia o la mia vita Sonia, dove sono Nerina e Silvia dei miei rimpianti, penso e penso e non ho nessuno e piango molte volte di completa infelicità quando vado solo per sentieri di campagna con la bicicletta da donna e sale la luna sulla sconfinata pianura, la luna grande contro i pioppi scuri e i platani e i salici, e grilli tutto intorno e un usignolo qua e uno là ma come dappertutto, e io dico con l’anima in tumulto perché non rendi poi quel che prometti allor, Dio santo non ho nemmeno quattordici anni e ho già una così grande voglia di morire, cosa faccio al mondo io cosa faccio, amo amo amo così miseramente e immensamente che non ho il coraggio di fissare un oggetto per il mio amore...”

È evidente che la malattia psichica non è creativa in sé: tutto dipende dal terreno su cui essa si impianta, diventando così la condizione perché la profondità si schiuda, dando vita ad opere incomparabili.
È certo il caso de “Il male oscuro” e di Giuseppe Berto: il suo genio attraversa il nostro orizzonte come una meteora, la cui luce fievole e passeggera ci invita ad affacciarci ad una finestra aperta su di un cielo oscuro e profondo.

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