“Il serpente dell’Essex” di Sarah Perry

Sempre più spesso i libri di autori affermati o esordienti sono definiti “il caso editoriale dell’anno”; tuttavia, è un dato di fatto che non sempre vengono mantenute le promesse contenute nelle fascette e negli strilli dei volumi che troviamo in libreria.
Fortunatamente, non è questo il caso del secondo romanzo dell’inglese Sarah Perry, “Il serpente dell’Essex” (Neri Pozza, 2017), definito dal Sunday Times

“Uno dei più memorabili romanzi storici degli ultimi decenni”.

Il libro è ambientato tra Londra e lo sperduto Essex, alla fine del 1800, quando nella capitale, pervasa da una trepidazione crescente, ma anche dalla presa di coscienza di evidenti ingiustizie, si vanno affermando nuove e rivoluzionarie idee.
Fra queste, sostenute dai progressi della paleontologia di quegli anni, la convinzione che specie animali in apparenza estinte potessero, invece, vivere ancora in luoghi particolarmente selvaggi, in attesa di essere scoperte e catalogate.

La giovane Cora Seaborne, dopo la morte del marito Michael – che scopriamo essere stato un uomo violento e sadico –, decide di dare inizio ad una nuova vita: lungi dal dimostrarsi particolarmente addolorata per la perdita, si trasferisce a Colchester, nell’Essex, in compagnia di Martha, assunta anni prima come bambinaia e diventata amica intima e fidata, e Francis, un ragazzino strano, solitario e riflessivo, ai limiti dell’autismo, dedito alla collezione degli oggetti più strani.
La cittadina ha un effetto positivo sulla donna che

“una volta sottrattasi agli sguardi dei londinesi, aveva smesso il lutto ed era tornata indietro di dieci anni, una Cora più gaia e spensierata”.

La stessa curiosità che la incita a rompere rocce in cerca di ammoniti, la spinge ad appassionarsi alla strana storia raccontata da un mendicante del posto:

“Correva l’anno 1669, sul trono c’era il figlio del re traditore, e un uomo non poteva coprire più di un chilometro e mezzo senza imbattersi in un avviso appuntato a una quercia o a un palo. STRANE NOTIZIE, dicevano, un serpente mostruoso con occhi grandi come una pecora è emerso dalle acque dell’Essex ed è risalito fino ai boschi di betulle e ai parchi dei villaggi! (…) Era l’epoca del serpente, fosse esso fatto di squame e tendini, o di legno e tela, o fosse solo il frutto delle farneticazioni di qualche folle; i bambini venivano tenuti lontani dalle sponde del fiume, e i pescatori si rammaricavano di non avere attività migliore! Poi scomparve, così com’era arrivato, e per quasi due secoli non se ne seppe più niente, fino al terremoto, quando qualcosa sott’acqua venne liberato! Un grande essere strisciante, dicono, più simile a un drago che a un serpente, che abita la terra tanto quanto l’acqua, e in una bella giornata non disdegna di mettere le ali al sole”.

Chi lo ha visto, ha perso il senno, è scomparso o è morto in circostanze misteriose.

Mentre Cora pensa subito ad una nuova specie animale che le procurerà il riconoscimento ufficiale del British Museum, ed una targa col proprio nome sotto una teca, gli abitanti di Aldwinter – il villaggio sull’estuario del Blackwater, dove un uomo è stato ritrovato annegato il primo dell’anno, nudo, con la testa girata di quasi 180 gradi e uno sguardo di terrore negli occhi – si chiedono che cosa mai avranno fatto per meritare questa punizione.

La paura e la superstizione prendono piede, così come gesti e rituali scaramantici, magie e credenze legate al soprannaturale trovano un terreno particolarmente fertile: a nulla valgono i tentativi del reverendo William Ransome di affrontare “il Problema”, così da ricondurre il paese alla tranquillità ed alle certezze che solo la fede in Dio può dare.

Il “deludente fratello di un membro progressista del Parlamento”, privo di ambizione e deciso a mettere il suo considerevole intelletto a servizio della Chiesa, ha trascorso gli ultimi quindici anni guidando un piccolo gregge di fedeli in un villaggio desolato, dove ha sposato una fatina dai capelli biondi, da cui ha avuto dei figli che adora.

L’arrivo di Cora, però, è destabilizzante: la sua modernità, il suo anticonformismo, la sua continua ricerca della libertà e dell’indipendenza, la grandissima forza interiore, la curiosità, la passionalità travolgente, temprata solo dalla sua intelligenza e dalla moralità, lo confondono e lo attraggono nello stesso tempo.

All’inizio non possono quasi fare a meno l’uno dell’altra: essere insieme equivale a “sentirsi al tempo stesso liberi come in solitudine e lieti come in compagnia” – direbbe un’altra eroina dell’epoca vittoriana, Jane Eyre.
Parlare e, soprattutto, scriversi, per loro non è che un modo più animato e percepibile di pensare. Lentamente, forse inconsapevolmente, però, il rapporto di amicizia, di comprensione, ed anche di fertile scontro di idee che lega i due, si trasforma in un’insospettabile quanto inaccettabile attrazione fisica.
Prendendo a prestito le parole di Algernon Charles Swinburne, un poeta inglese proprio di epoca vittoriana:

“L’amore, che divora la vita stessa, che devasta il presente e affligge il futuro con un fuoco indomabile e violento, non ha in sé nulla di meno puro della fiamma o della luce del sole”.

Ma ne “Il serpente Essex” c’è molto di più.
È un romanzo dove abbondano situazioni e personaggi, idee e tematiche esplorate in modo da trascinare il lettore stesso nelle paludose acque del Blackwater, nelle fatiscenti abitazioni dei sottofondi londinesi o nelle sale operatorie degli ospedali di Londra, dove un nuovo modo di intendere la medicina e la chirurgia si sta imponendo.

In breve, nelle contraddizioni e nel fervore tipici del periodo vittoriano, durante il quale una maggiore prosperità, il progresso medico-scientifico, le teorie evoluzioniste, l’allargarsi dell’alfabetizzazione sono sì segnali del progresso, ma non riescono ad eliminare piaghe sociali quali la miseria, lo sfruttamento dei lavoratori, la crudeltà sui bambini e la prostituzione.
In particolare, nello spostarsi continuamente tra la città e le paludi, l’autrice affronta il problema – emblematico del difficile rapporto tra governo, affari e povertà – delle condizioni degli alloggi delle classi più basse, e del costo degli affitti, insieme all’annosa questione dei diritti, dei privilegi e dell’insensibilità delle classi più elevate.

Tornando al rapporto fra William e Cora, oltre a rappresentare il difficile tentativo di risolvere la contrapposizione fra fede e scienza, esso porta con sé conseguenze che si estendono, inesorabilmente, sulla cerchia dei loro familiari ed amici.
Luke Garrett, la “Peste”, disperatamente innamorato di Cora fin dalla prima pagina, è il più promettente chirurgo di Londra: le sue dita sono in grado di ricucire la profonda ferita causata da un coltello che, fortunatamente, ha solo sfiorato il cuore di un giovane; il ricco George Spencer, amico di Luke, che cerca di avvicinarsi alle teorie socialiste attraverso l’ammirazione e l’affetto senza speranza per Martha; Stella, la bellissima e fragile moglie del vicario, che a causa della malattia vede il mondo attraverso una lente blu; Charles e Katherine Ambrose, ricchi, generosi e piuttosto accondiscendenti, non fanno mancare il loro aiuto agli amici in difficoltà; e, infine, Francis, che si corica recitando la successione di Fibonacci come un coetaneo con una favola della buona notte: egli si rende conto dell’inutilità di osservare la specie umana e di provare a comprenderla, viste le sue regole insondabili e più mutevoli del vento.
A loro si aggiungono altri personaggi non certo “minori”, come i tre figli dei Ransome, gli abitanti di Aldwinter, il paziente operato da Luke e, pur nella sua assenza, Michael Seaborne...

Il serpente dell’Essex” si inserisce dunque a pieno titolo nella tradizione culturale inglese del romanzo storico.
Alcuni dettagli particolarmente realistici, non intaccano affatto l’atmosfera elevata ed appassionata; lo stile, ricco di figure retoriche e di citazioni, è sorretto da una squisita arte capace non solo di esplorare l’animo umano ma anche di rappresentare la natura stessa come personaggio pervaso di vita propria, che, di volta in volta, sottolinea, partecipa o si contrappone ai sentimenti ed agli stati d’animo dei protagonisti:

“La luna non era ancora tramontata, il cielo a est era chiazzato di sole, e dai campi si levava la foschia. In alcuni punti quest’ultima si faceva più spessa e sembrava andargli incontro; gli alitava bagnata sulla guancia e poi si dissipava come un sospiro”.

E verso la fine del romanzo, l’esempio di un altro passo fortemente allusivo:

“Gira, continua a girare il mondo inclinato sul suo asse, e il cacciatore stellato percorre il cielo dell’Essex con il suo vecchio cane alle calcagna. L’autunno respinge l’inverno, che diligente si presenta a reclamare il suo posto: è un mese caldo, luminoso, dalla bellezza barbare ed eccessiva. Nel parco di Aldwinter le querce brillano color rame, investite dal sole; le siepi sono scarlatte, cariche di bacche. Le rondini se ne sono andate, ma giù sulle distese salate i cigni minacciano i cani e i bambini che giocano nei ruscelli. […] La legna umida sputacchia, la vernice nera si gonfia formando delle vesciche”.

Sarah Perry, che nella nota finale si dice in debito con tanti libri che le hanno aperto le porte su un’età vittoriana così simile alla nostra che le sembra di ricordarla per averla vissuta, sottolinea in questo modo l’attualità del romanzo e la modernità dei personaggi, individualità intense, convincenti e vitali, perché capaci di evocare nell’immaginazione del lettore molto più di loro stessi.

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