“Il silenzio dell’onda” di Gianrico Carofiglio

Il silenzio dell’onda” (Rizzoli, 2012) è un romanzo che si legge tutto d’un fiato. Si parte dalla prima pagina e si va avanti capitolo dopo capitolo, senza rendersi conto che si sta divorando il libro. Questo perché Gianrico Carofiglio ha scelto per ogni frase la lunghezza giusta e i termini perfetti per creare questo capolavoro: linguaggio quotidiano, senza fronzoli poetici, senza termini accademici ed eruditi, ma anche senza le esagerazioni volgari e piene di spiritosaggini spesso pretenziose che vanno tanto di moda negli ultimi tempi. È il linguaggio perfetto per descrivere la realtà, per far viaggiare il lettore sempre ben ancorato a essa, malgrado si parli di un viaggio nel mondo interiore del protagonista.

Roberto è un carabiniere che la vita ha portato ad un bivio: o bere o affogare. Roberto sceglie di bere e accetta le sedute da uno psichiatra con la rassegnazione di coloro che non hanno altra scelta, perché il loro percorso di sofferenza è giunto al capolinea. Guarirà, ovviamente, ma ciò che rende straordinaria questa storia non è la meta finale, bensì il percorso.
Il graduale passaggio di Roberto dalla malattia alla guarigione, infatti, passa attraverso tutta la sua vita, penetrandola in tutto ciò che la compone, dalle sue esperienze più tangibili, al suo mondo interiore, fatto di ricordi, di immagini oniriche, di emozioni che hanno filtrato e deformato nella sua mente le esperienze passate. Con questo percorso Gianrico Carofiglio mette insieme due mondi, quello esterno e quello interno al protagonista, oltre a raccontare parallelamente due fette di società - quella normale e quella della malavita - anch’esse tutt’altro che separate come sembrano. Ciò che ne viene è la presa di coscienza che queste dimensioni, che normalmente vengono tenute distinte, in realtà non lo sono affatto. Compongono un’unità in cui la persona e il mondo in cui vive interagiscono, influenzandosi a vicenda. E di questa unità fanno parte persone, animali, oggetti, situazioni, emozioni e perfino immagini e concetti astratti, come l’etica e la morale. Tutto diventa parte della stessa cosa, tangibile e realmente esistente, perché descrivendo la sua vita, Roberto racconta la vita e la realtà, appunto. Una realtà che non può fare a meno di nessuna delle sue componenti, senza procurarsi sofferenza e malattia. Non a caso la guarigione di Roberto sta proprio nell’accogliere tutto questo e dà i suoi primi segnali con l’accadere di incontri significativi, perfetti per costituire le seconde occasioni di riparare agli errori del passato.

Particolarmente azzeccata è la scelta di affidare al piccolo Giacomo e ai messaggi dei suoi sogni il completamento di quest’opera di unione tra le persone e tra il mondo esterno e quello delle emozioni. Intramettendosi alla storia di Roberto con piccoli intervalli intensi, per poi unirsi a essa, la vicenda di Giacomo, semplice e complessa a tempo stesso, è ciò che serve per mostrare che l’empatia tra le persone nasce dai loro vissuti più nascosti e profondi, ma non per questo meno tangibili.
La storia si conclude con un finale pieno di una luce che non ha nulla di sublime, tanto meno di religioso. È una luce fatta di realtà belle guadagnate, come l’abbraccio di un figlio, la fiducia di un amico, la vicinanza di una donna, il sole che batte sull’onda in cui Roberto fa surf. L’onda che nei suoi ricordi di bambino era diventata silenziosa, ma che, una volta ascoltata attentamente, ha riportato a galla tutti i suoi rumori.

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