“Il testamento del Conte Inverardi” di Luigi Valloncini Landi

“Da più di ottant’anni vivo in mezzo agli aristocratici. Li vedo nascere e morire, conosco i loro segreti, sono trattato con rispetto e apparente cameratismo, ma resto comunque escluso dal loro mondo. E non perché sono figlio di Mario Valloncini, il cameriere del conte Inverardi della Pieve, e di Monia la loro cuoca, ma semplicemente perché non ho il DNA giusto. Che invece si trasmette per via ereditaria e rimane appiccicato ai cromosomi per tutta la vita”.

A parlare in prima persona è Luigi Valloncini Landi, autore – e quindi narratore – de “Il testamento del Conte Inverardi”, edito da Salani, un romanzo che, attraverso le memorie di un medico di paese, ripercorre un secolo di nobiltà italiana, a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento.
La forma e le motivazioni di questo narrare ci vengono spiegate nel prologo:

“L’esperienza clinica e umana vissuta come medico condotto nel paese di Settepassi, tra ricchi aristocratici e poveri contadini, è stata così intensa e talvolta sconvolgente da spingermi a riunire gli appunti riportati anno dopo anno su cinquanta grossi quaderni in un unico volume, dove ho cercato di dare loro un ordine logico. Ed è stato proprio riscrivendo e riordinando che quel volume mi si trasformato in un romanzo. Così ho cominciato a raccontare, a immaginare, a inventare. Ho capito che non potevo attenermi soltanto alle storie reali vissute in prima persona e mi sono lasciato trascinare dalla passione del racconto fino ad eclissarmi del tutto, dando libero spazio al fantasioso succedersi degli eventi”.

Sarà inutile per il lettore chiedersi se gli episodi raccontati siano veri o meno: la realtà, come ci ricorda Luigi Valloncini Landi, spesso supera la fantasia.
Nonostante la sua famiglia fosse da diverse generazioni al servizio dei conti Inverardi – cocchieri, stallieri, camerieri... – Luigi viene fatto studiare da medico dal conte Gilberto, con il patto, però, di esercitare la professione nel suo stesso paese e di essere sempre a sua disposizione.
Siamo nel 2004: ne è passato di tempo e, in occasione dei cinquant’anni di laurea, il sindaco di Settepassi ha organizzato una cena di gala in onore dell’anziano medico, proprio alla villa Mandolossa, ceduta in affitto dagli eredi degli Inverardi della Pieve prima che andasse definitivamente in malora: è stata trasformata, come è ormai consuetudine per queste dimore nobiliari, in una location alla moda che permette ad ambiziosi arricchiti di immedesimarsi per qualche ora con gli antichi proprietari.
Rivedere persone e ambienti ormai trasformati fa sì che i medico venga sopraffatto dai ricordi: la villa è stata infatti teatro e, in un certo senso, impassibile spettatrice degli amori, delle vendette e dei tradimenti che si sono consumati fra le sue mura, delle passioni e dei segreti, delle malattie e dei vizi che hanno segnato le vite dei ricchi possidenti – spesso arroganti, capaci di sperperare grandi fortune e di ridursi sul lastrico nel giro una sola notte – come le povere esistenze dalle poche prospettive dei contadini alle loro dipendenze.
In breve, una serie di odissee, soprattutto sentimentali, i cui interpreti sono di volta in volta giovani amanti infelici e figli illegittimi, dipendenti umiliati, fidate governanti, nobili annoiate o ricchi appassionati di cavalli e di caccia...

I volti e le voci sono quelli del conte Filippo, della prima moglie Sveva che, con la sua tragica fine, ha segnato la vita del piccolo Gilberto, e dell’intraprendente attrice Magdalena, la nuova contessa Inverardi della Pieve.
A questi si aggiungono parenti e amici degli Inverardi, direttori di scuola, suore di isolati conventi, amanti, prostitute e, naturalmente, la giovane Prunella, la servetta sempre allegra, nonostante un passato di violenza familiare: dalla sua relazione con il giovane Gilberto nasce il piccolo Berto, il figlio illegittimo di cui il conte ignorerà l’esistenza, ma che, per una serie di circostanze, alcune delle quali fortuite, altre fortemente volute, costituirà una presenza importante nella vita della nobile famiglia.

Impossibile riassumere in poche righe il vasto insieme di episodi, dettagli, paesaggi e personaggi, al quale la fantasia dell’autore riesce a dare un ordine interno, che non necessariamente rispetta quello cronologico. Tutti questi episodi vanno a formare una trama ricca di avventure che, a tratti, diventa testimonianza, se non addirittura analisi e denuncia sociologica.
Sono pagine caratterizzate anche da una fisicità, da un erotismo che non si ritrae davanti a nulla e che scioglie volgarità e violenza nell’inesauribile gioco dell’affabulazione, laddove si “mischiano” realtà, suggestioni, storie ed immaginazione.

A volte, gli avvenimenti vivono di vita propria e lontano dalla concretezza di una realtà storica che rimane in secondo piano; altre volte, invece, i destini individuali incarnano verità universali.
Come da lui stesso preannunciato, il medico-narratore dal nome insolito per una persona di umili origini (dovuto alla volontà di non far estinguere il cognome della trisnonna) assume un ruolo importante solo in alcune situazioni. Pur percependone la presenza, il lettore lo vede riemergere fra i protagonisti di questa lunga narrazione esclusivamente quando il contesto lo richiede.
Il finale del libro, tra il beffardo, il tragico e il malinconico, ci lascia con quella piacevole sensazione di “appetito non ancora del tutto saziato”, che fa sperare in futuri possibili sviluppi.

Abbiamo letto con curiosità e simpatia quello che viene definito un esordio, al quale non si può negare una solidità di impianto, una scrittura vivace e insieme distesa, in cui si fondono modernità e tradizione.
Tutto questo lascia piuttosto sorpresi: la storia, viva e originale, ci fa conoscere un autore che, a dispetto della breve biografia stampata sul risvolto della copertina, non pare certo improvvisato: siamo sicuri che dietro il “nome altisonante” non si nasconda invece uno scrittore più esperto e, magari, conosciuto?!

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