Intervista a Mariano Sabatini, in libreria con “L’inganno dell’ippocastano”

Ho conosciuto Mariano Sabatini – romano, classe 1971 – una decina di anni fa, in occasione dell’uscita del suo libro Trucchi d’autore (ed. Nutrimenti, 2005). L’intervista che ne era nata approfondiva alcuni temi legati alla scrittura, agli scrittori ed ai loro “trucchi” – ovvero le abitudini, le tecniche, i vizi e le manie – che ne erano emersi. Poi, come spesso succede nella vita, ci siamo persi di vista per un lungo periodo, durante il quale Mariano ha messo a punto la sua brillante carriera: giornalista professionista, ha lavorato per diversi quotidiani, periodici e siti web; autore di programmi di successo, ha continuato a scrivere saggi, parlando di costume, cultura e spettacoli e ha condotto rubriche su radio nazionali e locali. Per una serie di casualità, ci siamo ritrovati poco prima dell’uscita, avvenuta il 31 marzo, del suo primo romanzo, L’inganno dell’ippocastano (Salani), un noir contemporaneo, ambientato in una Roma alto-borghese, dove il protagonista, Leonardo Malinverno, inviato speciale del “Globo”, nuovo quotidiano dell’Urbe, e la collega Viola Ornaghi si trovano al centro di un intrigo che coinvolge imprenditoria, malavita, informazione e politica. Il suo esordio nella narrativa ci ha offerto l’occasione per riprendere il discorso proprio là dove lo avevamo lasciato: dai “trucchi” dei colleghi, ai suoi personali; dalla scrittura degli altri, al raggiungimento di un traguardo tutto suo.

  • Cominciamo proprio dal titolo: mi incuriosisce…

Il titolo si rifà alla poesia di Primo Levi, Cuore di legno, in cui l’ippocastano viene definito un impostore ma ingenuo. Questo albero maestoso che produce castagne molto simili a quelle commestibili, ma che commestibili non sono, rappresenta il nodo psicologico di tutto il romanzo e, come puoi immaginare, trattandosi di un noir non posso dire molto di più. Se non che dietro le apparenze di felicità e perfezione possono celarsi delusione e sofferenza, come scopriranno i personaggi della storia.

  • Dopo diversi saggi, sei approdato alla narrativa: qual è stato il percorso che ti ha condotto a questo romanzo e cosa provi nel raggiungere un ulteriore importante traguardo?

Nei miei libri precedenti ho svolto il mio lavoro di giornalista, mettendo la mia modesta professionalità al servizio degli altri per raccontare realtà interessanti. Ho circumnavigato il cinema e la vita di Mario Monicelli ne La sostenibile leggerezza del cinema, l’universo degli scrittori in Trucchi d’autore e quello dei colleghi giornalisti in Ci metto la firma! e L’Italia s’è mesta. Con E’ la tv, bellezza! ho cominciato a dare voce a me stesso. Si è trattato di una lunga marcia di avvicinamento al romanzo che ora arriva nelle librerie, in cui, come ovvio, esprimo la mia parte più intima seppure filtrata dalle parole e dalle emozioni dei miei personaggi, Leo Malinverno – guarda caso un giornalista –, e la sua amica e collega Viola Ornaghi. Sì, lo considero un traguardo importante, soprattutto perché ho dovuto molto lottare con me stesso per raggiungerlo.

  • Leggo che si tratta di "Un noir ambientato in una Roma tentacolare, dove imprenditoria, malavita, informazione e politica convivono non sempre pacificamente, e dove nessuno può mai considerarsi veramente al sicuro": quanto ti sei ispirato alla realtà?

Maurizio de Giovanni lo ha letto in anteprima e ha scritto nella fascetta che la mia scrittura dimostra che il nero italiano è qualcosa di enorme e ha pure inquietanti doti di preveggenza. Un’affermazione che mi fa arrossire e che mi rende orgogliosissimo. Ho cominciato a scrivere il romanzo ben prima che scoppiassero gli scandali di Mafia Capitale, però è ovvio che fossero nell’aria e in qualche modo hanno guidato lo srotolarsi della trama. Non mi sono ispirato a nulla di reale, ma la realtà, o meglio, la verosimiglianza pervade ugualmente tutto il romanzo.

  • In passato hai approfondito quelli che hai chiamato "trucchi d’autore" di altri scrittori e scrittrici: quanto ti è servito? Ti sei ispirato a qualcuno in particolare?

Mi è servito sapere, e questa è una cosa che mi hanno detto tutti e cento gli scrittori intervistati in quei due libretti molto amati, che non si può scrivere senza darsi una ferrea disciplina. Io sono un anarchico di natura e ho fatto molto fatica a piegarmi alla regola della tastiera. Ma alla fine ci sono riuscito. La difficoltà maggiore è stata crederci ogni giorno, ogni minuto, per circa un anno e mezzo. Devo dire che, però, doppiata la metà della storia, poi la trama si è scritta da sé, quasi in automatico. Perché a quel punto i personaggi mi indicavano dove volevano andare.

  • Visto che "politica e malavita convivono" anche nel tuo romanzo, non posso esimermi dal chiederti, da romano, che cosa pensi dell’attuale situazione della capitale, soprattutto in vista delle prossime elezioni amministrative.

Amo Roma e non vivrei da nessun altra parte del mondo, sebbene ci siano posti che mi attraggono. Perciò mi addolora vedere lo stato di estremo degrado, incuria, inciviltà che caratterizza la mia città. Roma è sudicia, corrotta, asfissiante, caotica… quasi nessuno, e penso alla polizia municipale, alla nettezza urbana, in primis ai cittadini, si comporta come dovrebbe. Purtroppo non credo che possa esistere un sindaco, espresso da questo marcia compagine politica, in grado di raddrizzare le cose. Tanto che per la prima volta nella mia vita sono in serio imbarazzo nella scelta che il voto imminente richiede. Se fosse per me, manterrei il commissariamento per almeno dieci anni.

  • Ti occupi anche di TV: credi che il tuo romanzo possa essere adatto per una trasposizione sul piccolo schermo?

Credo proprio di sì, anzi spero che Luca Argentero lo legga e decida di dare il suo volto al mio Malinverno. Ho pensato a lui fin da subito, perché gli assomiglia fisicamente e soprattutto caratterialmente. Gli piacciono le donne e lui piace a loro, è scanzonato, sornione, leggero, moralmente incorruttibile. Non conosco personalmente Argentero, ma me lo immagino così.

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