“L’altro figlio” di Sharon Guskin

D’istinto mi è venuto da pensare ad “Audrey Rose”, il romanzo del ’75 di Frank De Felitta su un presunto “caso” di reincarnazione. Anche là, come ne “L’altro figlio” (Sharon Guskin, Neri Pozza 2017) c’è di mezzo un bambino sbilanciato sull’orlo del tempo. Un’anima divisa in due, smarrita tra presente/passato, affetti familiari e traumi-retaggio di un’altra vita sfuggita alle reti della rimozione. Man mano che procedevo nella lettura de “L’altro figlio” mi sono accorto però di come l’associazione risultasse forzata: il tratto di De Felitta è funzionale alla narrativa di consumo e infatti gravita, sin quasi da subito, attorno a coordinate horror. Quello della Guskin ha pretese più autoriali (dunque più eleganti, più sfumate), confortate da una prosa intima. Così che - nonostante il mistero - il tema della reincarnazione assurge a pretesto per un’esplorazione sui sentimenti, il dolore, il senso recondito della vita. In parole povere: questo di Sharon Guskin è un esordio narrativo eccellente: prosa piana (ma tutt’altro che sciatta) e psicologie di spessore fanno del romanzo un romanzo quasi interiore. Un romanzo che cattura e a cui ci si affeziona, pagina dopo pagina, rivelazione dopo rivelazione.

L’accenno alla trama è d’obbligo, ma – ripeto – il libro si presta a letture più approfondite. Janie è quel che si dice una mamma single. Ha avuto Noah da un uomo di cui sapeva niente e di cui niente ha più saputo, dopo la notte d’amore sulla spiaggia di Trinidad dove è stato concepito. Noah adesso ha quattro anni, è felice e dotato di una mente che è una vera e propria fabbrica di storie: colorate, dettagliate, congrue. A meno che non si tenga conto di quelle che raccontano di un’altra casa, di un’altra mamma, di un’altra vita, e che con tutta probabilità sottendono alla fobia sviluppata dal piccolo nei confronti dell’acqua. Quando le stranezze di Noah escono fuori dall’alveo protettivo delle pareti domestiche (segnalate anche dal corpo docente della scuola), Janie non può più evitargli la perizia psichiatrica. Sarà questo l’evento che senza volerlo sconvolgerà per sempre la sua vita e quella di suo figlio. Il dottor Jerome Anderson incaricato della perizia, è infatti uno strizzacervelli con tutte le carte in regola perché lo si possa definire insolito. Alla faccia della reputazione e degli studi brillanti, ha rincorso per una vita il chiodo fisso di occuparsi di bambini che sostengono di avere vissuto in vite precedenti.

Il “caso” di Noah - dopo i tanti rintracciati nell’Oriente che crede nella metempsicosi – potrebbe rappresentare la grande controprova americana, prima che l’afasia progressiva di cui soffre lo condanni definitivamente all’impotenza. Segue l’evolversi di una trama che è come un saliscendi sull’ottovolante ma senza la scontata banalità dei vuoti d’aria: intrecci, ombre, fantasmi, misteri, lacrime, sorrisi, partenze e ritorni, fratture e compensazioni psicologiche, sono il tour de force cui l’autrice sottopone i propri personaggi, con una naturalezza che più che di fatalismo sa di ineluttabilità, di via d’accesso alla presa di coscienza. Messo così il messaggio potrebbe suonare un po’ come new age ma se a scrivere è Sharon Guskin siamo lontani dai finalini zuccheroso-consolatori per vivere meglio. Pacificati, piuttosto. Che si creda o meno alle teorie sulla vita oltre la morte.

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