“L’arte dell’attesa” di Andrea Kohler

Penelope aspetta Ulisse seduta a un telaio divenuto paradigma dell’attesa. E aspetta anche l’uomo davanti alla Legge nel racconto omonimo di Franz Kafka. Ne “Il deserto dei tartari”, il tenente Drogo confida che il nemico giunga a interrompere finalmente lo smisurato orizzonte della fortezza Bastiani. E Vladimiro ed Estragone aspettano Godot, nel dramma grottesco di Samuel Beckett, rappresentandoci nel nostro reiterato misurarci con il tempo, che vuol dire in fondo auspicio del possibile, infinita attesa del non ancora. Lo dice senza infingimenti Vladimir Nabokov quando scrive che la nostra esistenza è solo

“un breve spiraglio di luce tra due eternità fatte di tenebra” (“Parla, ricordo”).

In mezzo, a pensarci bene, un articolato corollario di attese: sale d’aspetto, amori, ritorni, compleanni, aerei, guarigioni, fortuna, la morte stessa, poiché – ancora Nabokov – sin dalla culla, “la culla dondola sull’abisso”.

L’arte dell’attesa”, della scrittrice e giornalista tedesca Andrea Kohler, ce la ribatte in faccia questa verità. La sublima, la declina – in suggestioni, in riflessioni, in rivoli di letteratura, in filosofie - in un libro smilzo di densità smisurata. Andrea Kohler si (ci) interroga sulla condizione sottile dell’attendere – una condizione-prerogativa dell’esistere -, con nitore e acume ineccepibili. Si (ci) interroga attraverso una prosa dall’incisività aforistica; quindi discetta, quindi divaga, chiamando a sostegno la frotta di autori che hanno assunto l’atto dell’attendere a specifico, da Kafka a Cioran.

“Non ci sono né crescita né sviluppo senza attesa – scrive l’autrice – pensiamo alla gravidanza, alla pubertà o al raccoglimento e alla titubanza che precedono un atto creativo (…) Chi attende immagina ciò che avverrà, spesso contemplando la possibilità che non avvenga, ed è per questo che l’attesa, la quale mantiene il desiderio sotto controllo, è il nostro primo grande risultato di civiltà”. (p. 10).

Non fa una piega, parola per parola.
Anticipato da un’insolita copertina di Luca Cristiano, un saggio tenue e implacabile, giunto con merito alla seconda edizione.

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