“L’ho sposato, lettore mio. Sulle tracce di Charlotte Brontë”

Nel suo Slow Reading. Leggere con lentezza nell’epoca della fretta – in particolare nel capitolo “Leggere racconti” –, David Mikics afferma che:

“Il racconto breve vuole fermare il tempo. Il romanzo è un lungometraggio, il racconto è come un’istantanea. Nel breve spazio che occupa, spesso un racconto ci impedisce di conoscere i personaggi nello stesso modo in cui conosciamo quelli di un romanzo. Non ci identifichiamo con le persone in un racconto così come facciamo con le figure principali di un romanzo. Anzi, le osserviamo a distanza, attraverso un vetro finemente lavorato. Spesso esse sono congelate in un atteggiamento, un istante, un gesto. Il racconto tende a darci ritratti di vita incompleta, o di vita già trascorsa: dure e concise rappresentazioni di rimpianto e di perdita. Può essere scherzoso e aneddotico. In ogni caso, però, il racconto sfrutta la propria brevità: ogni cosa è incapsulata e resa memorabile in meno di un’ora di lettura”.

Una sorta di “forza concentrata” che, insieme all’abilità artistica celata sotto un’apparente semplicità ed al desiderio di saperne di più che rimane nel lettore alla fine della storia, caratterizza anche i racconti contenuti nell’antologia dal titolo L’ho sposato, lettore mio (Neri Pozza) – evidente riferimento alla memorabile frase contenuta in Jane Eyre. A duecento anni dalla nascita della sua autrice, Charlotte Brontë, la scrittrice americana (ma inglese d’adozione) Tracy Chevalier ha voluto celebrare questa significativa ricorrenza chiedendo a ventuno colleghe di scrivere un racconto, ispirandosi proprio a questa frase che rappresenta l’affermazione di sfida della protagonista, un’orfana povera, oscura e brutta, senza famiglia e senza prospettive che, con la sola intelligenza e fiducia in se stessa, diventa governante, riesce ad attirare l’attenzione del suo datore di lavoro, Mr Rochester, e a conquistarne l’amore. L’annuncio del matrimonio, che porta con sé un cambiamento improvviso della sua condizione sociale non è, come ci si aspetterebbe nella società ottocentesca, legato al ruolo passivo della donna: come spiega la Chevalier nella prefazione, è piuttosto frutto della determinazione con cui Jane afferma se stessa. Inoltre, in modo del tutto originale per l’epoca, non serve solo a disinnescare il potenziale sentimentalismo del classico lieto fine, ma anche riconoscere l’esistenza del lettore al quale l’autrice si rivolge direttamente, coinvolgendolo nella sua decisione. Il critico letterario americano Harold Bloom sostiene che Jane Eyre è molto vicina all’autoritratto di Charlotte Brontë e si può pensare al libro come a un ritratto dell’artista da giovane:

“è una pittrice visionaria, che raffigura nelle sue opere i suoi sogni, ed è illuminante pensare al romanzo Jane Eyre come a un grande quadro visionario animato”.


È abbastanza difficile, però, spiegare, in questa corrispondenza di realtà e finzione, vita e letteratura, il genio familiare che ha caratterizzato la famiglia Brontë. Nel 1812 il reverendo Patrick Brontë (che sarebbe sopravvissuto a tutti i suoi sei figli), sposò Maria Bramwell che morì nel 1821. Le due figlie maggiori, Maria ed Elizabeth, morirono di tubercolosi nel 1825. Bramwell, il solo maschio, sopravvisse fino al 1848: i suoi apparenti doni precoci non diedero frutti, ma Anne, la figlia minore, prima di morire nel 1849, scrisse due romanzi tuttora godibili, Agnes Grey e L’affittuaria di Wildfell Hall. Aveva un superbo talento, ma Charlotte ed Emily furono e rimarranno sempre un discorso a parte. Emily, che morì di tubercolosi nel 1848, a trent’anni, viene ricordata per Cime tempestose e per una manciata di straordinarie poesie, mentre Charlotte, prima di morire nel 1955 di tossiemia a trentanove anni, in seguito ad una gravidanza, scrisse quattro romanzi eterni, fra cui, appunto, Jane Eyre. In un periodo in cui gli scrittori erano in gran parte uomini, un’anonima canonica dello Yorkshire, divenne, in modo del tutto straordinario, ambiente propizio per la nascita di trame e di personaggi anticonformisti, forti e dotati di una certa dose di aggressività. Ambizione, fantasia, determinazione, sono le doti che hanno permesso a Charlotte – e insieme a lei Jane Eyre – di ispirare scrittori e lettori di ogni tempo. In quest’ottica possono dunque essere letti i ventun racconti della raccolta: alcuni riprendono la vicenda originale, ma da un diverso punto di vista, ad esempio, quello di Grace Poole (la custode di Bertha Mason, la prima moglie violenta e pazza di Edward, tenuta segregata nel sottotetto di Thornfield, che morirà suicida tra le fiamme che ha lei stessa appiccato alla casa), o di Mr Rochester (il nobile del Lancashire proprietario della magione di Thornfield, legato a Bertha da un primo matrimonio, infelice e forzato, contratto molti anni prima del suo incontro con Jane, della quale s’innamora perdutamente). Altri, invece, trasportano Jane Eyre nel mondo contemporaneo, altri ancora contengono elementi del romanzo: immagini, suggestioni, eventi, paesaggi, frasi… Anche in quelli che si distanziano maggiormente dalla trama originaria, ci sono riferimenti al matrimonio – sia esso un rapporto clandestino o balzato agli onori delle cronache –; alle circostanze in cui viene celebrato, al suo inizio, alla sua fine o a ciò che può succedere dopo; alla persona scelta, giusta o sbagliata che sia, dell’altro sesso o del proprio. Ma, come afferma Tracy Chevalier,

“Sempre, sempre, in questi racconti è presente l’amore, che sia la prima scintilla oppure l’ultima brace morente, nelle sue molteplici forme che spezzano il cuore e che affermano la vita. Tutte queste storie hanno le loro frasi memorabili, le loro verità, le loro conclusioni, liete o distorte o devastanti, e sono increspature che si allargano dal centro fervido e decisivo appello di Jane e Charlotte: «L’ho sposato, lettore mio»”.

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