“L’ultima madre” di Giovanni Greco

Speciale Libri in uscita Marzo 2014

di Elisabetta Bolondi


Ho letto con crescente interesse, a volte con dolorosa angoscia, la durissima storia che Giovanni Greco ci viene raccontando nel romanzo appena uscito per Nutrimenti dal titolo molto efficace: L’ultima madre.

La maternità, nelle sue diverse declinazioni, madre biologica, madre adottiva, madre-patria, identità della madre, madre emigrante, è il tema intorno a cui è costruita la complessa architettura del romanzo, che ha un dilatato tempo narrativo, dal terremoto di Messina del 1908 ai nostri giorni, e un altrettanto dilatato spazio geografico, tra Buenos Aires e l’Italia, quella quasi arcaica della Calabria di fine Ottocento fino alla Roma attuale, con qualche passaggio finale nei territori dove si rifugiarono i familiari dei dittatori militari dopo il ripristino della democrazia in Argentina: Colombia, Messico, Paraguay.

Al centro della storia, per molti versi vera o almeno realistica nelle intenzioni, tre donne, tre madri appunto: Marìa, Mercedes, Irene. La prima è l’umile donna argentina che sposa l’operaio italiano Luis, figlio di una coppia di emigranti scampati miracolosamente al terremoto/maremoto del 1908 che devastò le terre intorno allo stretto di Messina. I due si erano conosciuti sulla nave che li portava oltre l’Atlantico in una terra dove ricominciare a vivere. Il figlio, presto orfano, aveva già adulto sposato la piccola Marìa e avevano avuto subito due figli, i gemelli Pablo e Miguel. I ragazzi, cresciuti dalla sola madre nell’indigenza ma nei solidi principi morali, avevano aderito negli anni della dittatura argentina al movimento di resistenza. Nell’anno del Campionato del mondo, la sera della partita con l’Italia, i due erano stati prelevati dalla polizia segreta insieme ad Irene, la giovane compagna di Pablo, incinta di pochi mesi e i tre erano scomparsi.

Mentre Marìa disperata li aspetta e poi li cerca, chiedendo aiuto a tutti, compreso il Vescovo che la scaccia furibondo dalla sede arcivescovile insieme ad altre madri disperate, la narrazione si sposta in una sontuosa villa di Rocoleta, il quartiere bene di Buenos Aires. Qui seguiamo la famiglia del generale Ignacio Mendoza, di sua moglie Maria Josefa, della figlia Mercedes sposata a Julio, un burattino nelle mani del potente e violento suocero. Quando si scopre che Mercedes è sterile e per questo quasi impazzita, il padre, con la connivenza del genero “ruba” due neonati, figli di sovversivi, e li consegna alla figlia: i due fratelli, Nacho e Mari, vivranno ignari nel lusso pacchiano della famiglia nella quale sono stati a forza inseriti, fino al tragico finale. I due ragazzi in realtà sono i figli di Irene e Pablo, e la nonna Marìa, dopo aver militato nel movimento delle madri di Plaza de Mayo, dopo l’arresto, le torture indicibili e rimandata in Italia, tornerà vecchia ma non domata a Buenos Aires alla ricerca dei nipoti, unico resto della sua famiglia distrutta da una dittatura le cui nefandezze non sono mai state abbastanza raccontate.

Il romanzo è lungo e pieno di colpi di scena, di immissioni di pezzi di storia europea: il padre di Irene è Elias Levy, un ebreo scampato al lager che ha dedicato la vita alla ricerca degli aguzzini nazisti fuggiti in Sud America e di nuovo al centro di altre persecuzioni, trent’anni dopo, in un altro continente. Porrà i suoi beni economici alla ricerca dei torturatori di troppi giovani, uccisi o dispersi, gettati nelle fosse comuni o nell’oceano, come sua figlia Irene e suo genero Pablo, insieme ad altre migliaia di giovani oppositori argentini, desaparecidos, con termine noto ma mai davvero considerato appieno nella tragedia di un’intera generazione distrutta.

Greco dedica molte pagine al costume e agli stili di vita della ricca borghesia argentina al tempo della dittatura militare: le feste dove per intere giornate domestici a pieno servizio servono ricchi banchetti, champagne e caviale, a donne ingioiellate e superficiali, volutamente ignare di quanto avviene negli scantinati dei circoli militari, dove la musica assordante dei ballabili copre le urla di disperazione dei torturati. A casa Mendoza, metafora dell’ipocrisia colpevole di un’intera classe dirigente, il generale Ignacio passa ore al telefono, impartendo ordini di morte allo stesso genero, un seviziatore soprannominato El Cura, per la sua violenza, lui che in casa racconta tenere storie ai piccoli gemelli a cui fa da padre. Mercedes, sua madre Josefa, concludono la loro vita in una demenza maniacale, allorché prendono coscienza del sangue che gronda dalle pareti della loro lussuosa abitazione, sangue che distruggerà come un’emorragia simbolica il giovane Nacho, che si è troppo avvicinato alla verità della sua vera origine.

Lo stile di Greco fa pensare ai grandi autori del continente latino-americano, non a caso cita Bioy Casares, l’autore de “L’invenzione di Morel”, uno dei più rappresentativi romanzi del realismo magico di quella letteratura. Affresco quasi epico, il romanzo indaga nelle pieghe quasi inedite del ruolo della Chiesa, troppo connivente con il regime, e nell’assenza di vera partecipazione del mondo occidentale: Marìa capita a piazza San Pietro alla vigilia dell’attentato del maggio 1981 a Papa Wojtyla e capisce che non c’è posto per il dramma dei figli persi delle madri argentine nella dinamica convulsa a livello internazionale di quei tempi difficili.

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