“La bambina e il sognatore” di Dacia Maraini

Cammina, cammina Nani Sapienza, cammina in un diluvio di bianco come viandante senza meta, senza luogo, senza tempo. Il respiro è lento, affannoso, l’andatura incerta, traballante; il sangue scorre lento, lentissimo nei meandri della mente, avaro d’ossigeno lo priva di lucidità. Non sa dov’è Nani, maestro elementare, non sa dove va, agnello senza macchia, senza pastore, caduto in un branco di lupi ingordi e rabbiosi. Avanza, avanza nella nebbia, bianca, diafana, che tutto appiattisce, che tutto rende invisibile, uguale; una patina di oblio che trasuda dal suo inconscio, quale schermo inaccessibile, Cerbero tricefalo, arcigno custode di dolorose verità; quello che poteva essere e non è stato:

“un passato incapace di lasciarsi dimenticare”

una paternità appena assaporata, una felicità sublime e fugace, cristallizzata in effimeri attimi magici, schegge di luce, lame di vetro che trafiggono il cuore. All’improvviso dalla parete di nebbia - sembra sentire Pascoli - sulle monotone note dell’acuto sibilo di un vento siberiano, “sboccia” un’ombra. Anzi non è un ombra. È vero! Non è un ombra. È una bambina :

“avvolta in un cappottino rosso… la camminata ciondolante, un poco sghemba,… da papera”

È Martina? I suoi tratti si confondono con quelli della figlia perduta, ma non è lei... Si volta, sorride, riprende a camminare, mentre la nebbia si dirada e i contorni si fanno meno sfumati. Ma i passi non portano Lucia a scuola ma in un nulla, in un black hole in cui scompare. È un sogno, è solo un sogno. La tragedia sta nel fatto, che poche ore dopo l’incubo si avvera; non siamo più in una febbrile visione onirica, ma nella cruda realtà di provincia, in quella dimensione quasi familiare, che come moderna Alice, la ragazza delle meraviglie, Lucia sparisce in un pozzo profondo.

Con un prologo onirico, struggente, in una dimensione allucinatoria, Dacia Maraini spinge il lettore dentro la sua ultima narrazione, “La bambina e il sognatore” (Rizzoli, 2015).“Una storia, mille storie” potrebbe essere il sottotitolo di questo romanzo. Un libro che apre ad altri libri. Una forma che contiene altre forme, che s’introducono, s’innestano con la principale, dove il valore funzionale del singolo personaggio è determinato dall’interagire, intersecarsi, scontrarsi con gli altri. Un romanzo che affronta diverse tematiche: dall’amore paterno alla solitudine, dalla passione per la conoscenza e la curiosità alla voglia di sapere, dall’innocenza all’orrore; una storia intrigante, sentimentale e appassionante, che svela una realtà a cui spesso è impossibile sottrarsi. È un uomo il protagonista e l’io narrante, è un personaggio maschile che bussa alla porta di Dacia Maraini; con gli occhi della fantasia li vediamo prendere un caffè, scambiarsi qualche parola imbarazzata, ma al momento del commiato Lui s’adagia sul divano, la guarda, la scruta con aspetto indagatorio e le dice:

“Sei pronta? Ora ti conto un fatto”

tanto per richiamare una raccolta di brevi prose di Piero Chiara, per dipingere, colorare una tela di un giallo poetico, dalle sfumature grigie, drammatiche, teneramente amare. Come moderno Ulisse, la scrittrice intraprende un viaggio alla scoperta di più mondi criminali, ribaltando almeno in parte, il concetto di Jean Jacques Rousseau quando afferma che:

“L’uomo nasce buono ma è la società che lo corrompe”

riesce a calarsi nella psiche maschile non soltanto del buon maestro ma anche in quella di una torbida canaglia che, sentendosi un “prolungamento del caro Marcel”, insegue fanciulle in fiore.

Il maschio del romanzo è un insegnante. È un uomo solo Nani, la morte gli ha “rapito” Martina, sua figlia, mentre il dolore ha scavato una voragine fra lui ed Alice, sua moglie. Vive lo strazio della solitudine. Solitudine che non si è scelto, ma gli è piombata addosso. Nani Sapienza è il maestro elementare che tutti vorrebbero avere, che:

“guardava con l’immaginazione ipertesa del lettore accanito”.

Ha un amore socratico per la conoscenza, scava alla radice delle questioni interrogando e coinvolgendo i suoi discenti; sa di avere di fronte un magma caotico e vitale, materia adulta allo stato embrionale, da modellare, da cui partire per plasmare lo spirito critico dell’uomo che verrà, per : “…pensare con la propria testa”. Usa la letteratura Nani, dalla mitologia classica alle fiabe dei fratelli Grimm, dalla geografia alla cosmogonia, per legare passato e presente, i sogni con la realtà, in una visione della cultura che non è di per sé salvifica. Per il “nostro” la conoscenza e l’insegnamento sono un sottile fil rouge che taglia trasversalmente tutta la narrazione.
L’insegnamento è interpretato come dialogo, come scambio, come mezzo per mettere in moto l’immaginazione del bambino, il cui sviluppo coincide con quello della personalità:

“bene prezioso dell’essere umano, l’immaginazione ci fa capire l’altro, ci avvicina al dolore degli altri…, il nostro sviluppo sociale passa per l’immaginazione”.

Essa, però, ha bisogno di stimoli, di nutrimento, ed uno di questi è la lettura, altro tema caro a Dacia Maraini; non una lettura passiva ma che diventi modo di incontrarsi, confrontare le proprie idee; i bambini a scuola non sono solo il ricevente di una conoscenza ma coloro con cui si discute, per formare una dialettica. Inoltre, quando si legge un libro lo si riscrive, questa è la forza della lettura. Essa si deve interpretare, c’è un codice, la lingua che ci fa entrare in mondo che possiamo riscrivere con l’ immaginazione.

Il vero insegnamento, quindi, passa attraverso la narrazione è questo il messaggio, non troppo subliminale, che l’autrice vuole far passare. Il maestro è anche “il sognatore” del titolo del romanzo. Sognatore perché s’illude che possa esistere un mondo migliore fatto di verità e giustizia. Il sogno, per Maraini, è un messaggio che nasce da noi; un segnale, un avvertimento, qualcosa che riguarda il profondo, per dialogare con le nostre paure e i nostri limiti.
Non si arrende Nani di cercare la “sua” bambina, non si rassegna; invano cerca di distoglierlo, con lezioni di prudenza e di cinismo, l’uccellaccio, il suo angelo custode simile al Grillo parlante del “Pinocchio” di Collodi, che sente appollaiarsi alle sue spalle nei momenti difficili. Questo, che arriva sempre nel momento sbagliato a beccare sul suo castello di certezze, è la coscienza, l’anima razionale del maestro, la stessa Dacia Maraini lo definisce:

“la petulante voce del buon senso, come il coro nelle tragedie greche”.

Ma per fortuna Nani è animato da quel bisogno di paternità, che la nostra cultura ha censurato per molto tempo :

“si pensa che il bambino piccolo appartenga alla madre, ma esiste un sentimento di paternità, che è fortissimo e che alle volte viene fuori”.

direbbe Cesare Pavese.

La bambina e il sognatore” tocca temi inquietanti, difficili come l’immigrazione, la convivenza pacifica in una società sempre più multiculturale e l’estremismo islamico. Dacia Maraini, lontana dalle posizioni di Oriana Fallaci, non ne intravvede un scontro di civiltà, dato che molti atti terroristici altro non sono che il riflesso di un odio che nasce proprio dall’Europa, da quell’Occidente che tanto predica libertà e democrazia. Allora, c’ è qualcosa che non va nel processo di integrazione? Di accoglienza?
La bambina e il sognatore” è un libro multi-tema come la scrittura che lo tiene insieme, una scrittura senza acrobazie, ma che non ti dà respiro. Ed è un libro torbido come la storia, anzi le storie, che racconta. Storie con cui la realtà ci accoltella ogni giorno. Pur non raggiungendo il lirismo de “La lunga vita di Marianna Ucria” o di “Bagheria”, è un libro da leggere per i continui richiami letterari, storici e artistici che inducono all’approfondimento e all’esercizio mnemonico; per lo sguardo intenso sulla passione del racconto e sull’utilità dell’ascolto; per la scrittura, piana e potente, senza ricerca di iperboli stilistiche, cui Dacia Maraini ci ha da sempre abituati.

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