La casa della bellezza - Melba Escobar

Bogotá non sarà forse una delle città più “letterarie” del mondo, ma certamente la vicenda ambientata da Melba Escobar nella capitale colombiana vi terrà incollati al suo romanzo fino all’ultima pagina.
Ma andiamo con ordine.
Melba Escobar vive a Bogotà da molti anni; scrittrice e giornalista, tiene una rubrica sui giornali El Espectador e El Pais. Il suo terzo romanzo, La casa della bellezza (Marsilio) – tradotto in dodici lingue e venduto in quattordici paesi –, è stato scelto come uno dei migliori libri del 2016 dal Colombian National Novel Prize.

Si tratta di un avvincente romanzo classificabile come poliziesco, ma con tratti originali, ambientato in un salone di bellezza, che offre, nello stesso tempo, il ritratto amaro, spietato e impietoso di una società violenta e corrotta, descritta con estrema lucidità.
La Casa della bellezza si trova nell’esclusiva Zona Rosa di Bogotà e Karen Valdés – madre single, che si è trasferita da Cartagena, dove ha lasciato il figlio di quattro anni con la nonna per cercare un lavoro che le possa offrire migliori prospettive economiche – è una delle sue estetiste più brave e richieste.
Come le ha spiegato la proprietaria, doña Josefina, durante il colloquio di lavoro:

“La Casa della bellezza e la mia famiglia sono tutto ciò che ho. Proprio per questo, sono esigente e non faccio concessioni di alcun tipo. […] Questo è un buon posto per donne serie e discrete, disposte a lavorare dodici ore al giorno, che facciano bene il proprio mestiere e capiscano che la bellezza richiede una professionalità assoluta. Considerando che è una ragazza garbata, sono sicura che potrebbe trovarsi molto bene qui. Lo vedrà: le clienti possono essere ricche, alcune ricchissime, ma spesso sono tremendamente insicure della propria femminilità. Abbiamo tutte paura e, man mano che iniziamo a invecchiare, quella paura aumenta. Per questo, nella Casa dobbiamo essere eccellenti nel nostro lavoro, anche accoglienti, comprensive, dobbiamo sapere ascoltare”.

Le regole sono chiare: mai prendere un’iniziativa, chiedere mance o favori alle clienti, pena il licenziamento. Lo stesso vale per chi risponde al cellulare, si assenta senza autorizzazione, o porta via uno strumento qualunque.
Il lavoro di Karen, la regina della cabina numero tre, dove si occupa di pulizia del viso, è dunque più simile a quello dell’analista o del prete:

“Il lettino è come quello dello psicanalista. Un luogo dove la donna stende il suo corpo indifeso, in un gesto di resa. […] Per quindici minuti, mezz’ora, forse di più, sarà isolata dal mondo, collegata solo al proprio corpo, al silenzio e, spesso, a un’intima conversazione, in cui pian piano spuntano confidenze, spesso segreti che non sono mai stati rivelati nemmeno alle persone più care”.

Sabrina Guzmán arriva un giovedì, sotto il diluvio universale, appena mezz’ora prima della chiusura. Indossa la sua uniforme scolastica e ha l’alito che sa di grappa. Il fidanzato se n’è andato già due volte senza farle l’onore di portarsela a letto perché lei “non è liscia come una mela”.
Le goccioline di sangue lasciate sul telo dopo la depilazione sono un’oscura premonizione: quando, un paio di giorni dopo, viene ritrovato il corpo senza vita della diciassettenne – una morte archiviata come suicidio –, a Karen, che è stata l’ultima persona a vederla viva, torna in mente il nome dell’amante della ragazza.
Un nome che anche la madre di Sabrina vorrebbe conoscere, mentre altri sono disposti a tutto perché non venga mai rivelato.
Solo i genitori cercano risposte, ma non è facile ottenere giustizia in un paese dove tutti, giudici compresi, sembrano voler nascondere o, quanto meno ignorare, la verità.

Con questo romanzo, Melba Escobar si conferma straordinaria e originale voce della letteratura latino-americana contemporanea.
La vicenda centrale viene ripresa all’interno dei quarantuno capitoli senza rispettare l’ordine strettamente cronologico ed è narrata da diversi punti di vista, tutti femminili: l’autrice passa infatti con disinvoltura dalla prima persona – quella della “rinomata” psicoanalista Claire Dalvard, che molto conosce di questa storia, o della sua amica Lucía Estrada, moglie tradita che scrive libri di successo firmati dal marito Eduardo Ramelli – ad una sorta di onnisciente terza persona che spesso si rivela essere proprio Claire.
Sono queste donne a tessere i fili di una trama di violenza e povertà, vanità e degrado che, mettendo in luce il coinvolgimento di politici corrotti, falsi scrittori, piccoli delinquenti, stupratori e affaristi con interessi nella sanità, svelerà i collegamenti tra persone ed eventi.

Bogotá è anch’essa una delle protagoniste del romanzo: oltre a rendere evidente il forte divario fra uomini e donne, come fra donne di diversa estrazione sociale – lo squallore della vita di tutti, dai privilegiati agli oppressi – essa esercita su Karen, sui suoi progetti e sulle sue scelte, un’influenza determinante: travolta dalle circostanze e marchiata, suo malgrado, come colpevole, dopo uno straordinario colpo di scena finale, sarà lei stessa a raccontare la sua storia, anche se forse questo non servirà a salvarla.

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