“La casa sull’isola” di Catherine Banner

Programmare una lunga vacanza su un’isola siciliana ad un costo davvero irrisorio, fra strade polverose e coperte di ghiaia, i colori e il profumo delle piante di buganvillea, del gelsomino azzurro, degli oleandri e dei caprifogli, misteriose grotte marine, il porto e un mare immobile e tiepido, tranne che attorno le rocce dove l’acqua sembra ribollire e schiumare?
È sufficiente immergersi nella lettura del bel romanzo d’esordio dell’inglese – ma italiana d’adozione – Catherine Banner, “La casa sull’isola” (Editrice Tre60, 2017):

“La grande Storia e le piccole storie: una saga famigliare intensa e toccante”.

Affidato al brefotrofio di Firenze, subito dopo la sua nascita, nel gennaio del 1875, il piccolo Amedeo Buonarolo suscita ben presto l’affetto del medico che si occupa dei piccoli abbandonati.
Grazie al suo interesse, è il primo bambino nella storia del brefotrofio a studiare medicina; non diventa chirurgo, come suo padre adottivo, ma medico condotto e, in onore del suo benefattore, assume il cognome Esposito.
Amante fin piccolo delle storie, che raccoglie e trascrive sul suo taccuino rosso – squarci luminosi su migliaia di altre vite – Amedeo sente la propria vita limitata, come se non fosse mai veramente cominciata:

“Era diventato un uomo imponente, con un unico, folto sopracciglio che gli attraversava la fronte; non sentiva il bisogno di giustificare la sua altezza, ma la sua mole, unita alle sue oscure origini lo facevano sentire fuori posto, uno straniero, ovunque andasse”.

Per trovare un impiego fisso, manda lettere ovunque e, finalmente, nel 1914, riceve una risposta dal Sud: Castellamare, un’isola, un puntino sull’atlante di suo padre, a sudest della Sicilia – “il luogo più lontano da Firenze che Amedeo avrebbe mai potuto raggiungere restando all’interno dei confini nazionali, una sagoma bassa e tetra contro l’orizzonte, nient’altro che uno scoglio in mezzo mare” – è del tutto priva di assistenza medica e può offrigli un posto.
Amedeo accetta e si mette in viaggio verso quella che, a quarant’anni, gli sembra essere l’esistenza reale.
Strappato all’isola dalla guerra, vi fa ritorno nel 1919, e decide di acquistare il bar dove, il giorno del suo arrivo, qualche anno prima, aveva festeggiato la festa di Sant’Agata e aveva conosciuto la maggior parte degli isolani, la Casa ai margini della notte:

“Era un edificio a pianta quadrata con le mure dipinte di un tenue color ambra; sembrava in bilico sul fianco della collina, tra le luci della piazza e il versante buio che affacciava sul mare. Aveva la terrazza avvolta in una grande profusione di buganvillea”.

Al matrimonio con Pina, la maestra del paese, segue la nascita del primo figlio, Tullio:

“Il giorno della nascita del bambino, a mezzogiorno, in tutta l’isola si mormorava che il dottore avesse fatto nascere due bambini, quello di sua moglie e quello della sua amante. Era lo scandalo più grande che avesse mai scosso Castellamare”.

Carmela, la bella e trascurata moglie del Conte d’Isantu, il sindaco dell’isola, perennemente impegnato a occuparsi dei propri affari, in combutta con alcuni amici di Catania, era stata infatti l’amante di Amedeo per sei mesi: avevano smesso di vedersi solo la notte prima delle nozze di lui.

Dopo una difficoltosa riappacificazione con la moglie, e costretto a lasciare, almeno ufficialmente, il proprio incarico di medico, Amedeo comincia a prendere in considerazione l’idea di far tornare la Casa ai margini della notte un bar, il vero cuore dell’isola.
Come Pina aveva predetto, alla nascita del primogenito seguono altri due maschi, Flavio e Aurelio, “e poi magari una femmina”, che arriva nel 1925, “all’improvviso, in un torrente di sangue e acqua, in anticipo di otto settimane”, una creaturina debole che, non potendo affrontare il mare alle soglie dell’inverno per raggiungere l’ospedale sulla terra ferma, sarebbe sopravvissuta o morta sull’isola.
Maria Grazia, non solo sopravvive, ma diventa una bambina gioiosa, intelligente, studiosa e indipendente, nonostante il modo anomalo in cui si sono sviluppate le gambe la costringa a portare giorno e notte dei tutori di metallo.

Proprio intorno alla Casa ai margini della notte e a Maria Grazia, ruota tutto il resto del romanzo, dalla seconda alla quinta parte, dal 1922 al 2009.
Nel mezzo, l’arrivo dell’uomo che veniva dal mare (1922-1943); la città dei morti (1944-1953); la nascita dei due fratelli (1954-1989); la barca alla deriva (1990-2009).
Ovvero, il dramma della Seconda Guerra Mondiale e la tragica scomparsa dei figli di Amedeo; l’ambiguo rapporto di Andrea d’Isantu con Maria Grazia, il suo matrimonio e la nascita di due figli maschi, che saranno sempre in competizione, e di una nipote; la ricostruzione e la rinascita dell’isola; le tensioni sociali, il benessere, tanto fragile, quanto a portata di mano, con progetti di crescita, da sostenere con prestiti ed ipoteche; l’avvento del turismo di massa e della tecnologia; infine la crisi, che colpirà, insieme a tutte le attività dell’isola, anche il bar degli Esposito, senza, tuttavia, provocarne la chiusura definitiva.

Fra miracoli e sfarzose feste di Sant’Agata, fantasmi e storie antiche, sembra che, di generazione in generazione, su quest’isola, gli eventi siano destinati a ripetersi, senza che si verifichi alcun progresso o cambiamento. In realtà, in questa sorta di microcosmo, la Storia arriva, anche se a volte in ritardo, portando via via scompiglio, incredulità, scetticismo o ottimismo.
Alcuni personaggi assecondano il proprio desiderio di allontanarsi da Castellamare, quasi fosse una prigione da cui fuggire, per costruire una vita lontano dalle superstizioni e dalle maledizioni, dai sentieri delle capre e dai vicoli scuri, dal mare e dallo scrosciare delle onde, dalle barche dei pescatori e dalla catacombe; altri, al contrario, vivranno un’intera esistenza senza mai lasciare le sue sponde.
Ma ci sarà anche chi, dopo aver viaggiato lontano, vi farà ritorno, come richiamato da una forza soprannaturale.
Si tratta di personaggi indimenticabili, veri e unici, che si muovono in un luogo permeato da un “realismo magico”, dove si intrecciano vicende e destini, ovvero la Storia raccontata attraverso le piccole storie individuali:

"Strano come, in quell’isola in cui tutti sapevano i fatti tuoi prima ancora che li sapessi tu, in cui le vedove ti ricoprivano di preghiere e i vecchi giocatori di scopa ti rimproveravano e i vecchi pescatori sapevano il tuo nome, prima ancora che nascessi, era ancora possibile che ci fossero persone profonde come l’oceano, imperscrutabili come l’interno delle quattro mura del bar".

Su quest’isola, la vita – che assomiglia un po’ a quella di tutti noi – sembra ripetere se stessa: tutto resta e niente e nessuno se ne va mai davvero, perché anche qualcuno muore o parte, alla fine, in un modo o nell’altro, vi fa sempre ritorno.

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