“La cena” di Herman Koch

A scrivere di “mostri” son buoni tutti, la cosa difficile è far sì che a scrivere di “mostri” il lettore resti inchiodato alla canonica poltrona. Tenercelo inchiodato dalla prima all’ultima pagina, scrivendo di “mostri interiori”, poi, è la cosa più difficile fra tutte e segna il discrimine tra scrittore e Scrittore. Per questo e per un sacco di altri motivi credo che vada riconosciuto a Herman Koch lo statuto di Autore. Autore tout court, intendo: uno di quelli dotati di peso specifico, un grande, senza aggettivi aggiunti. Il suo “La cena” (adesso anche nelle Edizioni Beat), per esempio, è un romanzo sottile e implacabile (un romanzo sottilmente implacabile), che non dà tregua e che non si dimentica. Capita di rado di inciampare in un congegno narrativo tanto spiazzante e tanto bene rodato, di incappare in una trama a tal punto perturbante: un’evoluzione per gradi verso il conflitto (interiore, relazionale) che parte come denuncia dei tic dell’upper class e scivola nel dramma in progress, alzando, nel frattempo, un polverone così attorno a questioni morali mica da ridere, fra verità nascoste ed equivoci senza importanza apparente, tali e tante da fare invidia alla tragedia greca.

Segue trama, al netto dei molteplici sotto-testi: due fratelli (vetero Caino e Abele con mogli e possibilità di alternarsi nel ruolo di "cattivo") si incontrano al tavolo di un ristorante di lusso per confrontarsi sul destino dei rispettivi figli (Michael e Rick, quindicenni perbene) che hanno ucciso una barbona presso un bancomat dove erano andati a prelevare. Per i due assassini il cerchio sembrerebbe destinato a stringersi, dato che la scena dell’aggressione è stata filmata dalle telecamere di sorveglianza e finita persino su Internet e in televisione. Pur se fuori tempo massimo le famiglie sono, così, chiamate a decidere sul da farsi. Paul Lohman è l’io-narrante del romanzo (tutto quello che è successo e che succede in esso lo vediamo succedere in riuscitissima soggettiva), si sente responsabile per il gesto di Michael ma finisce con l’identificarsi in lui, anche per una certa inclinazione alla violenza, e trova difficile concepire il fatto che il figlio possa trascorrere parte della sua vita rinchiuso in una cella. Serge Lohman, stando ai sondaggi, è destinato a diventare il nuovo Primo Ministro olandese e se l’omicidio del figlio Rick verrà rivelato rimarrà stritolato dallo scandalo. Malgrado ciò la denuncia gli sembra la strada eticamente più percorribile. A giocare un ruolo fondamentale sulla decisione, concorrono anche Babette (moglie di Serge) - apparentemente più attratta dai successi politici del marito che interessata alla sorte del figlio -, e Claire (moglie di Paul) che intende, al contrario, proteggere Michael a ogni costo.

Attorno a queste figure dicotomiche e alle loro prese di posizione - tra tensioni sotterranee e palesi, discorsi e frasi di circostanza (al tavolo del ristorante si parla spesso, di tutto per non parlare di niente), ribaltamenti di ruoli, riti conviviali da high society (una parte altrettanto feroce del romanzo) -, si snoda il plot di questo libro rendèz vous con se stessi e, a ben guardare, col destino. Col trait-d’union di una domanda immanente che dalle pagine de “La cena” piove dritta sulla coscienza del lettore: cosa saremmo disposti a fare per difendere una felicità conquistata a fatica? Il libro è diventato un caso editoriale, una volta tanto con merito assoluto.

Lascia un commento