“La donna in bianco” di William Wilkie Collins

Pur avendo al suo attivo una trentina di romanzi e innumerevoli articoli, racconti, saggi e pezzi per il teatro, William Wilkie Collins (1824-1889) dovrebbe essere ricordato come il “padre della detective story”, soprattutto per il carattere innovativo de “La pietra di Luna” e per “La donna in bianco”.

Scritto nel 1859 e ispirato a un reale incontro serale dell’autore a Regent’s Park con una misteriosa fuggitiva vestita di bianco, all’epoca della sua pubblicazione a puntate dal 1859 al 1860 nella rivista dell’amico Charles Dickens “All the Year Round”, La donna in bianco suscitò l’entusiasmo di un pubblico di lettori incuriositi ed appassionati da una trama ricca di suspense e di colpi di scena. Molti dei lavori di Collins sono stati ripubblicati, anche in versione digitale, e sono oggetto, insieme alle sue lettere, di studi approfonditi. Nonostante ciò, c’è ancora molto da scoprire di questo prolifico e originale autore vittoriano, come testimoniato dalla recente edizione de La donna in bianco proposta da Fazi, che riesce ancora a coinvolgere anche il più smaliziato dei lettori moderni. Nella sua “Prefazione all’edizione francese”, è lo stesso Collins a spiegare dettagliatamente come sia nata l’idea di questo romanzo:

“Molti anni fa mi ritrovai nella tribuna pubblica della Corte di giustizia per assistere a un processo penale che si stava svolgendo a Londra. Nell’assistere al procedimento, che di per sé non ebbe molta importanza e non mi ha fornito né i personaggi né gli eventi che troverete nelle pagine che seguono, fui colpito dalla drammaticità con cui la Corte esaminò e ricostruì il caso, dopo aver ascoltato ogni testimonianza”.


Come tutti i presenti, l’autore era sempre più interessato nell’ascoltare i testimoni che, con le loro dichiarazioni, formavano una catena inconfutabile di prove che avrebbe portato alla verità. L’idea venne però accantonata per vari motivi, almeno fino al 1859, quando Charles Dickens fondò il settimanale che battezzò “All Year Round”, inaugurato con il romanzo “La storia di due città”. Terminata la sua pubblicazione a puntate settimanali, Collins fu invitato a rivolgersi al pubblico che Dickens aveva saputo incantare con il suo talento e decise così di realizzare il progetto rimasto incompiuto: la storia venne fatta raccontare, a turno, dai vari personaggi del romanzo, a seconda delle diverse situazioni che il corso degli avvenimenti aveva stabilito per loro e in modo da proseguire nella narrazione fino a condurla alla sua conclusione. Una scelta formale che costrinse l’autore ad avere ben chiare le caratteristiche dei personaggi prima di offrire loro la possibilità di raccontarsi attraverso una testimonianza e che, nello stesso tempo, catturò l’attenzione del pubblico inglese ed americano, suscitando simpatie e antipatie, proprio come con persone in carne ed ossa. Ed eccoli, i personaggi, a partire da Walter Hartright, maestro di disegno, al quale viene offerto di trasferirsi a Limmeridge House, nel Cumberland, dove dovrà insegnare a due giovani donne. Proprio la vigilia della partenza, incontra nel cuore della notte una misteriosa donna completamente vestita di bianco che, come scoprirà poco dopo averle dato qualche indicazione, è fuggita da un vicino manicomio. Le allieve, Marian Halcombe e Laura Fairlie, si rivelano essere due amabili sorellastre – la maggiore, forte, decisa e saggia; la seconda, bella, sensibile e irreprensibile –, che vivono nella tenuta dello zio, Frederick Fairlie, un ipocondriaco che ha fatto della solitudine e della tranquillità la sola arma contro le malattie e la confusione che regna nel mondo. Il sentimento che nasce e lega Laura e Walter è ostacolato dalla promessa che la giovane ha fatto al padre di sposare Sir Percival Glyde. Su questo matrimonio incombono però gli interrogativi sollevati da una lettera anonima che – si scoprirà – è stata scritta proprio dalla misteriosa “donna in bianco”, Anne Catherick. Da bambina, aveva vissuto a Limmeridge per un certo periodo di tempo e Mrs Fairlie, la madre di Marian e Laura, si era occupata di lei e della sua istruzione. Dettaglio non trascurabile, la forte somiglianza fra Laura e Anna, anche se quest’ultima, consumata dalla malattia mentale e dalla permanenza in manicomio, appare come il fantasma dell’altra. Fra le testimonianze di Walter Hartright e quella, sotto forma di diario, di Marian Halcombe, si inserisce la dichiarazione dell’avvocato di famiglia, Mr Gilmore, costretto a stendere un accordo matrimoniale decisamente sfavorevole a Laura dal punto di vista economico, così da esporla ad un vero e proprio pericolo. Seguono poi altri personaggi che hanno avuto una parte – principale o secondaria, persino a loro insaputa – nella vicenda, che assume i contorni sempre più simili ad un vero e proprio complotto ordito contro Laura Fairlie dal marito per impossessarsi del suo patrimonio: serve, spie, dottori, infermiere e, soprattutto, l’amico italiano di Sir Percival Glyde, il Conte Fosco, con la sottomessa e perfida moglie. Al di là di qualche stereotipo, emerge, in queste “deposizioni” scritte, la capacità dell’autore di esprimere i diversi registri comunicativi tipici non solo della classe sociale di appartenenza, ma anche del carattere e della psicologia di ciascun personaggio: dal nobile all’analfabeta, dall’artificioso eloquio del borioso Conte Fosco, alle contraddittorie affermazioni di Eliza Michelson, vedova di un pastore della Chiesa d’Inghilterra, costretta dalla sventura ad accettare un posto di governante a Black Water Park (“Non sto esprimendo un giudizio personale, mi limito a esprimere i fatti. Nella vita non si deve mai giudicare, se non si vuole essere giudicati”). Pur non avventurandosi in un’aperta denuncia dei problemi sociali, infatti, Wilkie Collins si dimostra particolarmente attento nella descrizione di ambienti domestici e provinciali, delle relazioni sociali così come dei più tormentati e pericolosi segreti familiari. Al lettore non resta dunque che immergersi nelle tipiche atmosfere di questo avvincente romanzo vittoriano.

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