“La farfalla nell’uragano” di Walter Lucius

Vincitore di diversi premi letterari e primo episodio di una trilogia ambientata ad Amsterdam, “La farfalla nell’uragano” (Marsilio, 2017) è l’avvincente romanzo d’esordio di Walter Lucius, pseudonimo di Walter Goverde, noto sceneggiatore, produttore e regista olandese.

Farah Hafez è un’affascinante e brillante giornalista dell’And, l’Algemeen Nederlands Dagblad: dopo aver perso i genitori e la maggior parte degli affetti, ha lasciato l’Afghanistan quando aveva nove anni per trasferirsi in Olanda.
Pratica da sempre il pencak silat, la nobile arte marziale originaria del Sud Est Asiatico che il padre le ha insegnato quando ancora viveva a Kabul.
È proprio durante un combattimento nella vecchia sala del teatro Carré che Farah colpisce con una forza incontrollabile l’avversaria, una russa particolarmente scorretta:

“Era riuscita a resistere alla forza fisica della russa, ma non aveva potuto fare nulla contro una forza molto più intensa e pericolosa: era stato l’odio dell’avversaria a sfondare le sue difese emotive e a a scatenare in lei un’ira incontrollabile. […] Erano stati pochi secondi, ma in quei secondi aveva colpito probabilmente a morte una donna”.

Nello stesso momento, un medico di primo intervento, Danielle Bernson si sta occupando di una bambina che è stata investita nei pressi dell’Amsterdamse Bos, l’ampia area boschiva situata ai margini della capitale:

“Era una bambina, prona sull’asfalto bagnato. Aveva una ferita alla testa e il braccio sinistro piegato in modo innaturale. Quello destro era steso lungo il corpo. La gamba sinistra era in una posizione bizzarra, quasi non volesse più avere a che fare con tutto il resto. […] A giudicare dalla pelle e dai capelli neri, la bambina doveva essere mediorientale. Aveva una linea di kajal intorno agli occhi e sbavature di rossetto cremisi intorno alla bocca. Indossava un abito blu ricamato come se avesse preso parte ad una festa tradizionale, ed era coperta di gioielli, alle orecchie, al collo, ai polsi, persino alle caviglie, e di campanellini che al minimo movimento producevano un tintinnio indistinto.”

Quando, per valutare meglio le fratture, la dottoressa taglia il vestito, si rende conto che si tratta di un bambino.
Giunta al pronto soccorso, Farah si imbatte nella barella che sta entrando e, nella confusione apparente degli ordini gridati da medici e infermieri, si accorge che la piccola paziente sta tentando di formare una parola. Nessuno ci fa caso, e comunque nessuno potrebbe capire, visto che è in una lingua che nessuno conosce.
Nessuno tranne lei.
Da questo momento in poi, la donna si sente particolarmente coinvolta in questo caso, infatti il suo timore è che si tratti di un’antica pratica che da un mondo diverso e lontano è arrivata fino in Olanda, il Bacha Bazi:

“Tradotto letteralmente, giocare con i maschietti. E parlo di bambini dai cinque anni in su. Bambini che vengono venduti da genitori poveri in canna per qualche centinaio di dollari, ai signori della guerra. Bambini travestiti da danzatrici esotiche, e utilizzati come compagni di letto da uomini bavosi di una certa età”.

Al caso vengono assegnati gli investigatori Diba Marouane e Joshua Calvino, il primo, ormai alla fine di una carriera che egli stesso ha irrimediabilmente compromesso, il secondo, affascinante e sicuro di sé in ogni situazione.
Anche Farah, però, conduce indagini personali e parallele, tanto da voler affrontare per la prima volta un’inchiesta su vasta scala sul commercio di esseri umani, che la porterà a confrontarsi anche con il proprio doloroso passato.
Il suo interesse per il caso del piccolo afgano – la cui vicenda è ripercorsa in tutta la sua drammaticità grazie ad una serie di flashback – si rivela ben presto molto rischioso, perché mette in luce i legami fra le più alte sfere della politica nazionale ed organizzazioni criminali che dalla Russia estendono i propri traffici – corruzione, abusi, omicidi, attentati, depistaggi… – ai Paesi Bassi, fino al Sudafrica ed all’Afghanistan.

Quello di Walter Lucius è un thriller che, pur essendo in larga parte ambientato ad Amsterdam, in un’Olanda dove permangono problemi di integrazione e la realtà viene manipolata dai media, si sviluppa a livello internazionale. Diverse vicende – che coinvolgono altrettanti personaggi di origine olandese, afgana, russa, sudafricana, tutti dalla personalità perfettamente delineata e riconoscibile –, si intrecciano e si influenzano con conseguenze imprevedibili.
La lettura delle più di seicento pagine de “La farfalla nell’uragano” è accelerata dalla scansione in brevi capitoli dove azione e tensione sono dosate in egual misura: particolarmente riuscita è, fra le altre, la descrizione del caos creato dall’incidente che ha luogo durante un violento temporale sulla tangenziale di Amsterdam, in cui si trova implicata la maggior parte dei personaggi principali.
Dopo una serie di colpi di scena, si giunge ad un epilogo ben costruito, che lascia, com’è facile prevedere, visto che si tratta di una trilogia, molte domande irrisolte: non ci resta dunque che attendere le risposte nel prossimo episodio.

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