“La felicità domestica” di Lev Tolstoj

Che gioia, dopo tanta narrativa contemporanea, non sempre riuscita, leggere le pagine di un autore grandissimo, Lev Nikolaevic Tolstoj, e scoprirlo in un lungo racconto tradotto in italiano da Clemente Rebora nel 1930, in un italiano d’epoca, che tuttavia non fa che rendere quel po’ di antico, di demodé che si ritrova nella storia che Tolstoj scrisse a poco più di trent’anni, prima di diventare quel monumento della letteratura russa che tutti amiamo.
Nel racconto che la casa editrice Fazi ha appena pubblicato, una nota dello stesso Clemente Rebora ci dice che Tolstoj aveva scritto il romanzo nel 1859 nella sua tenuta di Jàsnaja Poljàna, e che per certi versi, nell’affrontare il tema della ricerca dell’amore, anticipi in qualche modo le due riuscitissime opere successive, “La sonata a Kreutzer”, e il capolavoro che fu “Anna Karenina”.

La protagonista, io narrante del lungo racconto, ha da poco perso anche la mamma, e vive sola con la governante Katia e con la sorellina Sonia nella grande tenuta di campagna. Di loro e dei loro possedimenti si prenderà cura un vicino amico del padre morto, Serghièi Mikhailovic, che aveva lasciato Mascia bambina e ora la ritrova non più

“mammola”

ma divenuta

“Un cespo di rose”.

Presto tra il più maturo Serghièi e la giovanissima Mascia comincia un rapporto di attesa, di sguardi, di musiche suonate insieme, di rare passeggiate nella rigogliosa campagna: la ragazza vede nell’adulto che la guarda come una bambina un punto di riferimento, e dopo qualche mese di schermaglie, finalmente dopo che la ragazza si era sentita a lungo trattata

“come un giovane camerata prediletto”

i loro rapporti cambiano direzione…

“Questo non era già da vecchio zio, prodigo di carezze e insegnamenti per me, questo era d’un uomo mio pari, che mi amava e temeva, e che io temevo e amavo”.

La storia dell’amore coniugale tra la diciottenne inesperta, ingenua, e l’uomo navigato, con un passato sentimentale alle spalle subirà un lento mutamento; dopo i primi mesi trascorsi nella noiosa ed abitudinaria routine della casa di campagna, in compagnia della suocera, Mascia chiede di andare in città, a Pietroburgo, malgrado il marito non ami la mondanità e le continue feste che si susseguono. Lei invece si appassiona a balli e incontri, viene corteggiata, blandita, e questo, malgrado la nascita di un figlio, finisce per allontanarla dal marito, sempre più freddo e distante, consapevole che la grande differenza d’età e di esperienze di vita non poteva che portarli ad un allontanamento.

L’indagine psicologica che Lev Tolstoj riesce a fare attraverso piccoli dettagli della evoluzione di Mascia è davvero sbalorditiva: malgrado il linguaggio antiquato della traduzione quasi lirica offerta da Clemente Rebora, ci sembra di essere vicini all’inquietudine, alla rabbia, alla infelicità, alla ricerca di qualcosa di impalpabile, alla insoddisfazione che si affacciano progressivamente nella testa di Mascia, tra esagerata felicità e lacrime disperate. Un romanzo di formazione di grande modernità, una storia ottocentesca che ci riporta agli eterni quesiti nella vita delle donne, tra maternità, fedeltà, ricerca spasmodica dell’amore assoluto, delusione, consapevolezza di un ruolo non sempre facile, in qualunque epoca.

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