“La figlia femmina” di Anna Giurickovic Dato

Opera prima della giovane esordiente Anna Giurickovic Dato, “La figlia femmina”, romanzo appena pubblicato da Fazi editore viene presentato come “perturbante”: profondamente sconvolgente, il significato di questo aggettivo, che coincide perfettamente con la sensazione che si prova man mano che si leggono le pagine del romanzo, la cui trama si addentra in temi generalmente considerati un tabù: pedofilia ed incesto.

Siamo a Rabat, in Marocco, dove vive e lavora in Ambasciata il diplomatico Giorgio, sua moglie Silvia e la loro bambina Maria, di appena cinque anni; sotto un’apparenza di famigliola felice, colta, raffinata, proveniente della migliore borghesia italiana, prova ne è la nonna Adele, madre di Giorgio, elegantissima dama spesso in visita alla nipotina, si cela un mistero oscuro, un’ombra nera nel rapporto non detto fra il padre e la piccola Maria; Silvia, troppo innamorata del marito che ha sposato giovanissima e a cui sente di dovere tutto, non vede, non capisce, o forse talvolta finge di non accorgersi che dietro le moine che la bambina rivolge all’amatissimo padre c’è una oscena morbosità. Spesso durante il racconto Silvia, che è la voce narrante di questa dolorosa storia, torna indietro nei ricordi cercando di intravedere il punto di rottura, il suo errore, la cecità di fronte alle richieste di aiuto della bambina, formulate in termini di aggressività contro se stessa, contro la madre, contro i compagni della scuola francese: inutilmente la maestra e la psicologa chiamano Silvia per confrontarsi con lei, consapevoli che la bambina deve essere stata certamente oggetto di violenza, e chiedendo alla madre aiuto per salvare la piccola dai suoi fantasmi. Maria ha un’ossessione per le parti intime di compagni e adulti, che tenta di toccare, causando paura e disgusto soprattutto nei bambini, e dovrebbe essere seriamente aiutata. Ma Silvia accecata dall’amore per il marito, non riesce neppure a concepire che il pericolo per Maria sia proprio in casa, ed esce scandalizzata dal colloquio con chi aveva visto il baratro in cui la bambina rischiava di sprofondare.
Qualche anno dopo la vicenda si sposta a Roma, dove madre e figlia si sono trasferite dopo l’incidente che ha causato la morte di Giorgio, caduto in strada da una finestra. Ora Maria ha tredici anni, è una sorta di ninfetta seducente, dai lunghi capelli neri, intrattabile, solitaria, tutta chiusa in un suo misterioso mondo. Ma il giorno che per la prima volta entra in casa il nuovo compagno che ormai da un anno Silvia ha preso a frequentare, il pittore Antonio, la ragazzina come risvegliata da una prolungata assenza emotiva comincia un’insistente provocazione sessuale nei confronti dell’uomo, sotto gli occhi sconcertati e terrorizzati della madre: chi è davvero Maria, l’angioletto della mamma e del papà, o piuttosto un piccolo diavolo, suo malgrado, capace di fare il male assoluto a chi ama?

La scrittrice, pur così giovane, mostra una grande padronanza nella costruzione dei personaggi, nell’uso del linguaggio e dei tempi della narrazione, alternando sapientemente momenti descrittivi, quasi a raccontare una normalità, come le visite al suk di Rabat, pieno di oggetti e specchietti colorati, frutta esotica, dolci arabi, sciarpe e bellissimi tappeti, ad altri in cui la drammaticità di ciò che sta avvenendo trova toni espressivi misurati, mai eccessivi, senza compiacimento, pur nella chiarezza dei gesti che il padre adulto e malato compie sul corpo indifeso della piccola Maria. L’ultima parte del romanzo, quella nella quale la sedicente Lolita/Maria irretisce ed eccita fino allo spasimo l’amante della madre, mi ha convinto meno, forse per la sua eccessiva ridondanza, contrapposta all’asciuttezza della parte più realmente scabrosa del libro. Tra Rabat e Lerici, tra Santa Marinella e Roma si alternano i racconti della vita difficilissima di questa donna, madre di un’unica figlia femmina, vittima e carnefice, bambina e tentatrice perversa, nella cui vicenda bene e male non trovano un chiaro confine, oppure il male è sempre dalla parte di adulti troppo ciechi, troppo distratti, troppo innamorati di sé. Ai lettori il giudizio finale, anche se si tratta solo di letteratura, ricordiamolo!

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