La guardarobiera di Patrick McGrath

Nei romanzi di Patrick McGrath passione e ossessione fanno il paio. Vanno di pari passo, al punto da autorizzarne l’assunzione monografica, pur se con varianti di contesto e situazioni. Nel caso più recente de “La guardarobiera” (La nave di Teseo, 2017), la liason amore-follia si coniuga e si frastaglia, per esempio, all’interno delle diadi vita-teatro, fascismo-antifascismo, in un gioco di rifrazione che stratifica il romanzo, un romanzo dai molti recessi e dalle molteplici chiavi di lettura.

Siamo a Londra, nel 1947. La guerra è finita da due anni, lasciandosi dietro la solita costellazione di tragedie: fame, freddo e tetra miseria. Quando Charlie Grice - uno degli attori teatrali più famosi del momento - muore di colpo in circostanze non del tutto chiarite, sua moglie Joan è a pezzi dal dolore. Insieme alla figlia viene invitata alla replica dello spettacolo che era di suo marito, e ci va di malavoglia, angosciata alla sola idea di vederne il ruolo interpretato da un altro.
Messa in altro modo: tutto si aspetterebbe tranne che di rintracciare nel giovane sostituto Daniel Francis, lo spirito ardente e talentuoso del defunto Charlie. Una improvvida compensazione al trauma del lutto? Una proiezione allucinatoria? O è davvero il marito ad essere trasmigrato nel gesto attoriale di Francis?

Joan ne è convinta (“la morte ci rende tutti pazzi per un po’’”) fino a diventarne amante-amica, e fargli dono degli abiti del marito (sin qui siamo nei territori classici di McGrath). Ma un giorno nefasto, proprio all’interno del guardaroba la donna scopre che la recita di Charlie Grice forse non si limitava al solo palcoscenico, ma comprendeva anche il palcoscenico della vita (Pirandello docet). La scoperta di una spilla con l’emblema della BUF (Unione Britannica Fascista) appartenente al marito fa slittare infatti la trama, da un lato verso il gotico (la presenza opprimente del fantasma di Charlie) dall’altro verso climi meno frequentati da McGrath come quello della lotta antifascista nell’immediato dopoguerra inglese.
Forte di una prosa ormai consolidata, “La guardarobiera” è senza dubbio un romanzo di peso specifico, soltanto un po’ penalizzato dall’eccesso di direzioni (il lutto, il teatro, l’amore, la colpa, i segreti, la follia, la lotta politica) di cui, a tratti, si fatica a seguire la rotta, al punto da non esserne presi del tutto. Ben scritto, gelido, ma quasi mai capace di brividi autentici, diciamola così.

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