“La musica è finita. Quello che resta della canzone d’autore” di Mario Bonanno

La musica è finita. Quello che resta della canzone d’autore” (Stampa Alternativa) di Mario Bonanno è un saggio, dal giugno 2015 in libreria, che ha per argomento, come si legge appunto nel titolo, “la canzone d’autore”, fenomeno socio - culturale che va posto in un determinato arco temporale risalente a trent’anni, quasi quarant’anni fa, quando avevano cominciato a frequentare palchi e studi di registrazione cantanti che proponevano composizioni diverse dal tradizionale. Era consuetudine, fino ad allora, edulcorare ogni testo, renderlo strappalacrime, sentimentale a tutto tondo. Poi, ecco l’avvento dei cantautori impegnati che sono stati voce di quel periodo storico, delle relative necessità e aspirazioni, che hanno lasciato un profondo segno nelle storia della musica italiana ma non hanno avuto, nei successivi decenni, altrettanti eredi degni di loro. Mario Bonanno si sofferma su quei cantautori che oggi fanno già parte della storia della musica italiana e che in lui, come in tanti, hanno lasciato un segno perché, pur differenti l’uno dall’altro, non sono stati solo a “cantare dietro a un microfono” ma attraverso parole e musica hanno comunicato ciò che non era solo sentimento, bensì molto di più.

Il libro si articola in tre parti: “Incontri”, “Storie” e “Temi”, raccolta di interviste e articoli scritti negli anni dall’autore stesso. Più si procede nella lettura, però, più ci si accorge che le tre sezioni vanno a intersecarsi poiché molti degli artisti intervistati sono rivisti, ridisegnati negli articoli e innumerevoli sono i riferimenti alle loro canzoni. “La musica è finita” è innanzitutto una rivisitazione piacevole ma soprattutto interessante delle canzoni degli Anni Settanta in particolare, ma è anche Storia perché ricorda gli eventi cardine di quegli anni attraverso gli articoli dell’autore e le parole ipercritiche, spesso di denuncia, comunque sincere di tanti cantautori con le loro composizioni. E’ d’obbligo fare un breve accenno ad essi sia “politici” che non. Tra i primi ricordiamo Bennato agli esordi, Paolo Pietrangeli, Pierangelo Bertoli, quello che le cose non le ha mai mandate a dire, che non ha mai nascosto le proprie idee politiche e ad esse non ha rinunciato neppure quando conveniva farlo. Diverso è, invece, Guccini, che come sottolineava l’autore già ne “Il cantautore delle domande consuete” (Stampa Alternativa, 2013), si è mantenuto distante dalla politica . Da “Auschwitz” a “Dio è morto”, Guccini “il Maestrone” è entrato anche nei libri di scuola poiché cantautore colto con testi densi di significato tanto “d’approssimarsi alla poesia tout court” . Eccone altri meno impegnati sul fronte politico ma molto sul sociale appartenenti a diverse scuole di canzone: tra essi Jannacci, comico e triste insieme, libero pensatore e, seppur “fuori dagli schemi” da lui mai una sbavatura; poi Battiato le cui canzoni, oltre a esser successi straordinari, sono state anche qualcosa in più poiché intrise di verità nascoste; De Gregori con composizioni risultato alchemico di musica e parola; Venditti che nel ’73, l’anno dell’aborto, del golpe cileno e della ritirata dal Vietnam, ne aveva un po’ per tutti; Dalla con i suoi album capolavoro tra cui “Com’è profondo il mare”; Ivan Graziani, Stefano Rosso, Edoardo De Angelis, Massimo Bubola, Enrico Ruggeri, Eugenio Finardi, Angelo Branduardi, l’inconsueto “menestrello”, e Roberto Vecchioni, il professore per il quale i personaggi delle canzoni erano in realtà simboli. Un posto particolare è riservato alla scuola genovese di Paolo Conte, Ivano Fossati e Fabrizio De André con le sue canzoni contro ogni tipo di guerra ma, anche, senza tracce di buonismo. Le abbiamo cantate un po’ tutti e, tra le più conosciute, “La guerra di Piero” è volata oltreoceano ed è stata interpretata da Bob Dylan e Joan Baez. Posto d’onore spetta a Giorgio Gaber di cui Bonanno ha già scritto in “Io se fossi Dio” (Stampa Alternativa 2013). Il suo signor G, dalla fine degli anni Sessanta in poi, è per decenni compagno di viaggio prima di un’Italia in crisi e in preda alla contestazione, poi nel periodo “a mano armata” del terrorismo, canta e denuncia. Anno dopo anno le sue canzoni si fanno sempre più caustiche ma libere da condizionamenti per sfociare poi in una vera ricerca interiore.

Di ognuno di questi cantautori molto si potrebbe aggiungere e non a caso l’autore ha scritto in merito una ventina di libri. Ancora una cosa si può ribadire: nel saggio c’è una profonda e giusta sottolineatura per le parole ma noi ricordiamo queste canzoni anche per la melodia. Bonanno stesso ribadisce che “Forma e contenuto sono inscindibili” ma, l’unico inghippo è per noi gente comune quello di fermarsi al refrain, al ritornello di queste canzoni che oltre ad essere impegnate sono anche piacevoli, al ripeterlo senza badare più di tanto al contenuto così, solo perché ci è rimasto in mente. E’ più semplice comprendere il significato di “Libertà” di Gaber ma anche “Il cielo è sempre più blu” o “Nuntereggae più” di Rino Gaetano non sono prive di sostanza, anzi. Ben venga quindi Mario Bonanno che, come dice lo scrittore – editore Gordiano Lupi “è uno di quei personaggi che fanno bene alla cultura italiana, la vera cultura popolare, che non si vergogna di parlare di cinema di genere e musica leggera”, che sa fondere e, con competenza, raccontare ai lettori Storia e trascorsi della nostra Italia attraverso le parole delle canzoni citate nelle pagine del suo libro.

Lascia un commento