“La più amata” di Teresa Ciabatti

La scrittrice Teresa Ciabatti ha scelto la figura retorica dell’anafora come principale cifra stilistica del suo romanzo, “un’autofiction sincera feroce, conturbante” dove la frase

“Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni”

ricorre incessantemente nelle pagine di questa storia per lo più vera, dolorosa, drammatica, che pur raccontando una vicenda privata, quella della famiglia della scrittrice, si mescola profondamente con la storia dell’Italia a partire dagli anni Settanta fino ai giorni nostri. Storia complessa, difficile da decifrare nelle sue pagine più oscure e misteriose, ancora non del tutto chiarite e tuttavia parte del vissuto di una borghesia insana, che qui viene ritratta dall’autrice attraverso la figura di suo padre, Lorenzo Ciabatti, il Professore, primario chirurgo ad appena trent’anni nell’ospedale di Orbetello, dove rimarrà per tutta la sua vita, uomo potentissimo, ricco, benefattore, dispensatore di favori, circondato da una pletora di fedelissimi assistenti e assistiti, fascista, donnaiolo, amorale, bugiardo ma molto amato da un paese intero che gli deve assistenza, favori, talvolta la guarigione e la vita stessa.
Brutto, basso, tozzo, terzo di tre fratelli, Dante e Umberto, il giovane Ciabatti va a specializzarsi in America, dove incontra gente potente e, tornato in Italia, rinuncia a posti più prestigiosi per Orbetello, divenendo presto il padrone della cittadina toscana: case, terreni, alberghi, addirittura un grattacielo.
Quando arriva nell’ospedale Francesca Fabiani, una giovane anestesista mandata dal professor Valdoni per specializzarsi, nasce tra lo scapolo burbero e solitario e la dottoressa in jeans e capelli al vento un rapporto che li porterà al matrimonio: al ricevimento di nozze, nell’albergo di proprietà dello sposo, Francesca conoscerà gli amici intimi, i camerati che intornano Faccetta nera, e tra essi spicca Giulio Maceratini, esponente di Alleanza Nazionale, potente esponente della destra golpista; forse compare anche Licio Gelli, forse altri uomini della P2.
Nasceranno due gemelli, Teresa e Gianni, destinati ad un’infanzia ricchissima e estremamente privilegiata; in quegli anni il Professore si farà costruire una sontuosa villa a Porto Santo Stefano, località Pozzarello, dotata di parco, piscina con trampolino e numerosissime stanze: i bagni saranno addirittura undici! In questa vita dorata, dove la piccola principessa Teresa chiede e ottiene qualunque cosa, dove primeggia tra le compagne che devono sottostare al potere assoluto del padre Professore, che trascorre intere estati nella villa da sogno, nella cui piscina galleggia un coccodrillo appena giunto dall’America, ancora mai visto da noi, succedono due eventi che modificheranno la vita e la psiche della bambina: l’anno intero in cui la madre Francesca viene sottoposta alla cura del sonno, in casa, riempita di psicofarmaci potentissimi, ed il rapimento del professore, portato via proprio dal giardino della villa da due uomini in scuro che lo minacciano con la pistola, solo per un giorno. Perché?

Sono queste, insieme a tante altre, le domande a cui la ormai adulta Teresa, madre a sua volta, cercherà di rispondere. Ormai i genitori sono morti entrambi, dopo anni di separazione, di dispetti, di scene oltremodo tragiche, di enormi cattiverie, tradimenti, segreti inconfessabili. Dopo l’ennesima delusione Francesca aveva infatti sottratto i due figli all’influenza paterna trasferendosi a Roma, nell’appartamento dei Parioli, via Monti Parioli 49a, che sua madre aveva comprato a fatica nei primi anni Sessanta con i proventi del suo lavoro di modista. La turbolenta e aggressiva Teresa, provinciale, grassa e complessata, viziata e bugiarda, arrogante e violenta, trascorrerà gli anni del liceo nella scuola pariolina per eccellenza, il Liceo Mameli, dove non si sente più la reginetta del lusso che era stata perché il padre ha tagliato i cordoni della borsa. Vicenda drammatica, quella che la scrittrice racconta con dolorosa sincerità, non nascondendo il suo stesso dolore, la sua inadeguatezza a capire davvero quante colpe hanno avuto i suoi genitori, quante ne ha avute lei, in quale ambiente falso, violento l’abbiano fatta vivere e come lei ci si sia accomodata sognando le ricchezze perdute, il potere mafioso di suo padre, la mancanza di futuro che le è stata lasciata in eredità.

L’autrice usa un linguaggio realistico, cita persone famose, mescola realtà a sogni incerti, ricordi veri e immagini del passato sfocate, raccontando pezzi della peggiore storia italiana: il tentativo di golpe da parte di Borghese, il revival della destra fascista, le logge massoniche destabilizzanti il sistema repubblicano, di cui suo padre è stato presumibilmente una pedina.

“Perché siamo diventati poveri, mamma?”, “Che cosa non va in questa figlia?”, “Chi era davvero Lorenzo Ciabatti?”, “Cosa so fare io?”

domande che si rincorrono nelle pagine del romanzo, mentre l’autrice cerca di spiegare a noi lettori e forse anche a se stessa cosa non ha davvero funzionato nella sua vita, in quella dei suoi genitori, in quella di un grande pezzo della società italiana dagli anni Ottanta, tra Craxi e Gelli, Tom Ponzi e Berlusconi, il set di valigie di Louis Vuitton, l’orologio di Bulgari, la villa all’Argentario vicino a quella di Susanna Agnelli, la pelliccia di Zibellino di Fendi come risarcimento ai ripetuti tradimenti, la visita alla Casa Bianca da Ronald Reagan. Anni che oggi possiamo guardare da lontano ma il dolore del personaggio Teresa Ciabatti, che traspare da tutte le pagine del suo romanzo, non riesce a darsi risposte davvero convincenti. Il libro, di cui si sta parlando molto, è candidato al Premio Strega 2017: i personaggi sono così odiosi, ritratti con tale angoscioso realismo, l’ambiente sociale così riprovevole, che non credo meritino di restare nella storia della letteratura. Mi si perdoni il velato moralismo.

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