“La ragazza con il violino” di Giulia Mafai

Recensione del libro di Elisabetta Bolondi


Il secolo scorso ha visto il nome Mafai continuamente alla ribalta: Miriam, scrittrice, saggista, polemista, firma prestigiosa di Repubblica, e suo padre, il pittore di Scuola Romana Mario Mafai, sono stati protagonisti della stagione artistica di quegli anni, insieme alla madre/moglie, la scultrice Antonietta Raphael.

Ci voleva questo bel libro di Giulia, la sorella minore delle tre ragazze Mafai, che solo nel 2012 ha pubblicato la storia della loro famiglia, che ha attraversato il continente europeo a partire dalla fine dell’800 per arrivare fino ai nostri giorni, attraverso le convulsioni politiche, storiche, artistiche del secolo detto “breve”, ma i cui avvenimenti hanno segnato la vita di questa insolita e straordinaria famiglia di artisti fin nel profondo.

“Mia madre era una strega, ho sempre pensato che lo fosse”


scrive Giulia nel fulminante incipit del libro, che inizia proprio in uno shtetl ebraico nella Russia zarista, nel 1895, anno di nascita di Antonietta Raphael, figlia di un rabbino, in una casa modesta ma dove l’ebraismo veniva vissuto con fede profonda; la sua origine sarà sempre presente nei ricordi della giovane donna, dai capelli biondi e ricci, costretta alla morte del padre a lasciare la Russia, investita da un’ondata di antisemitismo, per rifugiarsi a Londra, dove vivrà per anni con la madre, in miseria. Ottenuto dopo anni il passaporto inglese, sarà in grado di viaggiare e raggiunge prima Parigi, poi l’Italia e Roma, dove decide di fermarsi per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Ha infatti deciso che non la musica, studiata e insegnata a Londra, ma il disegno e la pittura sono le sue passioni. Incontra a Roma un giovane e spiantato pittore, Mario Mafai, e da qui comincia la loro impetuosa, profonda, discontinua passione amorosa, che durerà tutta la vita e che vedrà la nascita delle tre ragazze, Miriam, Simona, Giulia, con le quali riviviamo un pezzo significativo di storia dell’arte del ’900.

Impossibile riassumere la vicenda per seguire i protagonisti di questa singolare famiglia, che si sposta, si divide, si riunisce, trasloca, si ritrova: le leggi razziali, l’esilio alla periferia di Genova, il ritorno a Roma, i viaggi e i soggiorni a Parigi, le fughe di Antonietta, le avventure amorose di Mario, i successi del dopoguerra, l’impegno politico, la definitiva separazione dei due coniugi… Giulia ci racconta tutto nelle sue pagine sempre distaccate ma piene d’amore incondizionato per i due stravaganti genitori. Non si cucinava a casa Mafai, le ragazze sin da piccole hanno dovuto imparare a nutrirsi e ad affrontare il quotidiano senza soldi e fra mille difficoltà, ma in mezzo ad artisti famosi, a gente di spettacolo, a scrittori, a critici: tutta l’arte del ’900 è passata nelle loro scomode e povere stanze, lasciando un segno indelebile nelle loro teste, per cui in un’intervista Giulia ha potuto dire che il disordine caotico della loro esistenza non ha impedito che l’arte fosse ovunque la loro vera casa.
Nelle pagine del libro incontriamo Guttuso, Turcato, Vedova, Savinio, Maccari, Soffici, Basaldella e poi scrittori, registi, intellettuali, critici, tutti di casa e tutti apprezzati e frequentati nei diversi periodi in cui è scandita questa storia esemplare.

Il libro è storia e famiglia, pittura e politica, arte e musica, amicizia e amore, rivalità e apprezzamenti, tutto da leggere, tutto da ricordare, con l’aiuto delle fotografie preziose che illustrano i caratteri, a partire da quella della copertina, che vede Antonietta a Londra con lo spartito di Bach in mano e il pianoforte sul fondo, anche se il titolo del libro parla della ragazza con il violino, di memoria chagalliana, per indicare che il nomadismo degli ebrei dell’Europa novecentesca prevedeva un violino in spalla, non certo un ingombrante pianoforte.

Dalle pagine di Giulia Mafai emerge un amore grande per ambedue i protagonisti, Antonietta e Mario, ma forse il ritratto della madre è più coinvolgente, più ricco di sfumature, più emblematico della grande modernità di una donna emancipata, libera, capace di precorrere i tempi, non legata a ruoli preconfezionati, un esempio di artista e di donna di straordinaria forza intellettuale, un modello per le figlie e per molte donne del nostro tempo.

“Possedeva una straordinaria forza morale che le veniva da radici antiche, dall’eredità atavica del suo popolo, abituato da generazioni a lottare per la sopravvivenza, sempre in allarme, in attesa di eventi tragici – che puntualmente si verificavano. Sembrava forte come le sue statue, imbattibile.”

Questa è la Raphael, vista dalla sua figlia, che l’ha seguita con amore fino alla morte, nella calma del lago di Vico.

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