"La stanza delle farfalle" di Lucinda Riley

In un paese che legge poco, qual è la ragione per cui un romanzo leggero riesce a mantenere il primo posto in classifica per settimane, pur restando un prodotto che somiglia piuttosto ad una serie televisiva che non ad un libro con ambizioni letterarie alte? Me lo sono chiesto leggendo le quasi 600 pagine di "La stanza delle farfalle" in cui l’autrice irlandese di successo ha venduto oltre venti milioni di copie dei suoi romanzi. Lucinda Riley, ci consegna una storia che coinvolge moltissimi personaggi, diverse situazioni, segreti da rivelare, colpi di scena, amori infelici, violenza domestica, infedeltà, malattia, guerra, morte, solitudine, glamour, affetti profondi, in una serie di vicende che partono dall’infanzia della protagonista, Posy, la cocca di papà, un botanico collezionista di farfalle, pilota della Raf, che muore col suo aereo nel 1944, quando la bambina ha appena otto anni.

La madre francese lascia che la piccola viva con la nonna in una triste casa in Cornovaglia, lontano da tutto e di fatto la abbandona. Ma la storia viene raccontata ai nostri giorni, quando Posy, rimasta vedova dopo pochi anni di matrimonio con Jonny, il padre dei suoi due figli, Sam e Nick, vive sola nella grande e solitaria casa di famiglia in campagna, Admiral House, in attesa che il brillante antiquario Nick, che da dieci anni vive in Australia, torni a casa.
A ritroso ritroviamo nei vari capitoli del libro tutte le fasi della vita di Posy, il suo rapporto con la nonna, i suoi studi a Cambridge, il suo grande amore per l’attore Freddie, il matrimonio tranquillo con il miliare Jonny, la lunga solitaria vedovanza, in compagnia di uno splendido giardino da lei costruito, fino all’arrivo improvviso di tutte le possibili novità, di persone che riemergono dal passato, di nodi che devono essere sciolti. Tutto questo le sconvolgerà la vita fino all’ineluttabile happy end nel quale ognuno trova il suo posto e la sua parte di felicità. Un romanzo consolatorio, dove tutto alla fine si sistema, le famiglie e gli amori, l’eredità e i progetti e vissero felici e contenti…

Indubbia la capacità della scrittrice di tenere saldamente in mano i fili della narrazione, ma l’idea che tutti siano bellissimi, incantevoli, charmant, eleganti, che non si faccia che fermarsi per un tè, un bicchiere di vino, una coppa di champagne, una fetta di torta al cioccolato, che i capelli delle belle Tammy, rosso fuoco ed Amy, biondo cenere, siano sempre al centro delle descrizioni, come i loro vestiti vintage, mi appare davvero molto televisivo e poco letterario. Tranne Posy, a cui l’autrice conferisce una vera dignità di personaggio letterario, gli altri sono un po’ delle comparse, superficiali, poco profondi, a cominciare dallo scrittore Sebastian, che tutto sembra fuorché un intellettuale. Ti amo, ti amavo, ti ho sempre amato, verbo di cui si fa un grande e ripetuto uso, nel narrare questa storia troppo piena di tutto, troppo irreale per essere vera.

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