"La vita bugiarda degli adulti" di Elena Ferrante

Non c’è scrittrice italiana più divisiva della misteriosa Elena Ferrante: o si ama, o si detesta. Credo sia quello lo scopo della autrice che continua a celarsi al pubblico dei suoi ammiratori/detrattori, sconcertandoli con pagine bellissime ed altre provocatoriamente indigeste.
Dopo il successo della quadrilogia dedicata alle due amiche, esaltate mediaticamente dal film televisivo di Saverio Costanzo, ecco il nuovo attesissimo romanzo di Ferrante: La vita bugiarda degli adulti (Edizioni E/O, 2019).

Il libro è ambientato nel Vomero, il quartiere borghese napoletano, anche se molta parte della vicenda raccontata si sposta in una squallida e povera periferia, lontana dal centro, dove abitano una parte dei numerosi personaggi che l’autrice mette in scena. La narratrice è Giovanna, quindicenne figlia di due insegnanti: Nella oltre ad insegnare corregge bozze di romanzi rosa, invece Andrea insegna al liceo ed è un vero intellettuale di sinistra: legge, scrive, pubblica, ha fatto degli interessi culturali il centro della sua vita.
La coppia frequenta assiduamente Mariano e Costanza, genitori di Angela e Ida, con le quali Giovanna è cresciuta. Mariano insegna all’Università, Costanza anche lei insegnante viene da una famiglia facoltosa, è ricca, bella,elegante.

Giovanna, brava a scuola, giudiziosa, sta crescendo e vede il suo corpo e il suo volto modificarsi. Ha ascoltato di nascosto suo padre dire che sta prendendo la faccia di Vittoria, la zia che non si frequenta perché ostracizzata, come tutta la sua famiglia, dal professore Andrea, che ha rotto con il suo passato povero e plebeo. La ragazzina è incuriosita da quella presenza negata, e contro la volontà dei suoi genitori, decide di incontrare la zia sconosciuta. La donna fa la cameriera, anche se la Ferrante usa solo il termine “serva”, è dunque impresentabile nell’ovattato ambiente borghese che Andrea e Nella si sono costruiti pazientemente.
Giovanna è accolta con sentimenti ambivalenti dalla zia, che parla un dialetto fortemente connotato di oscenità, verità scomode, rivelazioni sul passato della famiglia e rivela alla nipote di averle regalato alla nascita una braccialetto prezioso. Giannina, così viene chiamata in quella casa misera, non lo ha mai visto e si spalancano così davanti a lei abissi di menzogne, di cui Giovanna non riesce a capire le ragioni, né dove sia la verità.

A casa la ragazza scoprirà che il matrimonio dei genitori era una recita e un torbido scambio di coppie si celava dietro l’apparente perbenismo borghese della loro vita. Comincia così l’andirivieni di Giovanna fra la casa del Vomero, quella di Posillipo dove Andrea si è trasferito dopo aver lasciato la moglie, e il quartiere sordido dove vivono Vittoria e la famiglia del suo ex amante Enzo che lei ha adottato. Giovanna viene così coinvolta in una sorta di intrigo familiare, dove i veli dell’ipocrisia borghese vengono smascherati e la ragazza comincia una educazione sentimentale violenta, dove il sesso è sporco, la verginità un peso di cui liberarsi, l’amicizia e l’amore sono fonte di tradimenti e sofferenze.
Attraverso il percorso faticoso, doloroso, impervio di Giovanna l’autrice ci accompagna nella miseria morale e fisica di una Napoli corrotta, malata, gonfia di risentimento e di voglia di evadere.

La scrittura di Ferrante alterna pagine di violento linguaggio osceno, scurrile, ad altre che raccontano in italiano letterario, ma aspro le elite degli insegnanti universitari, degli scrittori di saggi raffinati: Roberto, il giovane napoletano emigrato a Milano dove insegna ed è circondato da ricercatrici e studiose adoranti, è il sogno irraggiungibile di Giovanna, che identifica in lui un possibile riscatto dalla mediocrità del mondo in cui vive. Bellezza e bruttezza, ignoranza e cultura, povertà e ricchezza, Napoli e Milano, il libro mette in scena antitesi un po’ troppo manichee, troppo moraleggianti a volte, in un romanzo lungo, pieno di tutto, che finisce per essere didascalico e in fondo poco riuscito.
Il finale poi sgomenta, per il suo modo provocatorio di concludere la vicenda di Giovanna, costretta ad inseguire un braccialetto che risulta un oggetto simbolico di cui liberarsi definitivamente. La lotta di classe che il romanzo sottende mi è apparsa voluta, poco spontanea, molto costruita.

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