“La vita in tempo di pace” di Francesco Pecoraro

Speciale Libri in uscita Ottobre 2013

di Elisabetta Bolondi


“La vita in tempo di pace” di Francesco Pecoraro (Ponte alle Grazie, 2013) è un grande “romanzo italiano”, che supera i generi, li mescola e si propone come un largo spaccato della vita di un “uomo qualunque” e della sua famiglia borghese nella seconda metà del ’900. Il protagonista Ivo Brandani, ingegnere romano, occupa interamente le oltre 500 pagine del romanzo, talvolta parlando in prima persona, altre in seconda o terza persona, spostando cioè continuamente la focalizzazione e il punto di vista, oltre che i tempi della narrazione, il cui inizio viene posticipato al 2015, tanto per conferire al narrato quell’attesa di un prossimo futuro che si presenta come una catastrofe annunciata.

Pecoraro è un architetto e questa è la ragione per cui il libro è costruito con grande rigore geometrico, anche se non pretende di essere “letterario”, nel senso dell’uso di un linguaggio infarcito di stilemi cari alla letterarietà, figure retoriche e citazioni, tanto per chiarire: è piuttosto un narrare di tipo joyciano, nell’uso frequente del flusso di coscienza e nella presenza di vari piani narrativi che passano dalla prima infanzia via via fino alla conclusione della vita del narratore/protagonista, in uno svolgimento mai cronologico ma costruito su associazioni, divagazioni, pretesti, mentre si alternano pagine di pura narrazione di episodi vissuti con altri che appaiono di carattere saggistico, con profonde riflessioni di tipo filosofico ed esistenziale. In effetti i filoni su cui la storia è organizzata sono sostanzialmente due: la Filosofia e l’Ingegneria.

Ivo Brandani trascorre l’infanzia tipica dei nati nel primo dopoguerra, in una famiglia come tante altre di quegli anni: madre insegnante, bella donna, tenera e sottomessa ad un marito arrogante, violento, reduce dalla guerra e deciso a costruirsi una vita di lavoro che permetta a lui e ai suoi tre figli l’agiatezza che gli è mancata. Eccolo “palazzinaro” nella Roma dei primi anni cinquanta, una Roma pasoliniana, “La città di Dio”, dove presto borgate e borghetti verranno riempiti di palazzine in cortina di mattoni, con balconcini, terrazze e box auto, in un dissennato piano di costruzioni speculative che deturperanno per sempre la città e le sue slabbrate periferie, mentre al centro resiste la Roma barocca, quella di travertino di Bernini e Borromini, tutta curve e anfratti, che il giovane Ivo visita sotto la guida severa del padre e prende ad odiare come estranea, mentre si trova a suo agio solo nel quartiere dove abita, nella grande piazza ordinata, con la chiesa piacentinana a due torri, il grande complesso sportivo del Foro “fascistico” dove si va in bicicletta e si pattina…

Una grande parte del romanzo è dedicata all’educazione sentimentale del bambino, poi adolescente, infine liceale e universitario. Lo vediamo a scuola d’inverno ma soprattutto nella Città di Mare, dove trascorre i canonici quattro mesi di vacanza ogni anno, da giugno ai primi giorni di ottobre, e dove avviene la sua crescita, dove incontra gli amici, intrattiene le prime vere relazioni, scopre la sessualità, la violenza, l’amore incondizionato per l’acqua e per tutto ciò che questo implica: nuotare, pescare, remare, regatare nel caldo e accogliente mar Tirreno dei primi anni Cinquanta, quasi deserto. Il romanzo però dice molto di più, mostrandoci alcune parti della storia del secondo novecento in modo molto puntuale; il ’68, visto con gli occhi di un ragazzo appena iscritto a Filosofia, che si trova suo malgrado coinvolto nell’atmosfera rovente delle assemblee del Movimento studentesco, tra La Sapienza e Valle Giulia, negli scontri violenti tra studenti e celerini di cui tanto avevamo letto, ma che qui sono raccontate in modo originale, con gli occhi di un adulto che su quelle ideologie aveva costruito una progetto di vita destinato a fallire. Dopo la paura e le botte vissute nelle grandi manifestazioni degli studenti Ivo decide di lasciare Filosofia, troppo teorica e astratta, per iscriversi ad Ingegneria, che gli consentirà di dare ordine al caos nel quale si sente soffocare, di costruire ponti, strade, aeroplani, oggetti che servono alla vita reale di tutti...

”L’ingegnere ha bisogno dei vincoli, te lo chiede, se gli dai totale libertà l’ingegnere non comincia neppure a pensare, se ne va in vacanza. Il suo legame con la realtà è fondativo e indistruttibile, pena la distruzione dell’ingegnere stesso ...”


Una volta adulto e divenuto comunista, sposato per alcuni anni con una compagna di università, Clara, va a lavorare per una grande multinazionale che costruisce dighe e grandi infrastrutture in Africa e in Asia, e subisce il fascino di un manager, De Clerk, uno dei personaggi meglio disegnati del libro, uno squalo che ne sfrutterà l’ingenua presunzione di sentirsi “migliore e diverso” per poi gettarlo via e distruggerne la vita sentimentale. L’ultimo impegno di Ivo Brandani sarà quello di lavorare per un ditta che costruisce sul Mar Rosso una barriera corallina artificiale, una volta distrutta quella vera. Il senso di catastrofe che pervade l’intero racconto si rispecchia nella stessa vita del protagonista: i suoi genitori sono morti ormai da anni come la sorella maggiore; dalla moglie è stato abbandonato, una giovane amante lo ha tradito, mentre cercavano la serenità in un’isola greca, le sue condizioni di salute sono ormai precarie, vive tormentato da continui disturbi che placa con ansiolitici che ingurgita nevroticamente tra un aeroporto e un aereo; l’unica certezza che sembra non abbandonarlo è il ricordo del grande amore per la Madre, unico vero rifugio di una vita interamente vissuta “in tempo di pace”, ma sostanzialmente molto infelice, dove le battaglie sono state meno sanguinose forse ma altrettanto drammatiche. Solo l’acqua, quella cristallina del mare vicino agli scoglietti nella città tirrenica delle amate vacanze estive, forse anche quella delle fontane romane, Trevi, l’Acqua Paola, il Tritone, sembrano aver dato al protagonista una tregua alla sua ansia esistenziale, al suo pessimismo inguaribile, alla sua disperata infelicità. Anche se sarà proprio l’acqua, in un futuro molto prossimo, ad invadere con la violenza dei due Fiume la Città, sommergendola.

Troppi gli spunti del romanzo di Pecoraro per esplorarli tutti, come sarebbe necessario, per goderne appieno. Da non mancare gli accurati elenchi di oggetti, di capi di abbigliamento, di suppellettili, di dischi, di cibi, di pettinature, di arredi urbani, di giornali, quotidiani e settimanali, di miti cinematografici che ricostruiscono con una cura del dettaglio quasi maniacale anni ormai lontani: Audrey&Brigitte, Peppino di Capri, pantaloni e sandali capresi, golfini di cachemire, magliette Lacoste, cerchietti, fili di perle, reggicalze, minigonne, occhiali Ray-Ban a goccia, borse di pelle a tracolla, eskimo e pantaloni di velluto, e poi tante scarpe: sandali ortopedici, ballerine, sandali infradito, decolleté, Clark, Church, per descrivere intere atmosfere e spaccati sociali con pochi efficaci simboli che ci parlano di mode passate ma mai dimenticate, segnali del passaggio di epoche forse più felici, almeno nel ricordo. C’è storia, c’è filosofia, c’è costume, politica, ecologia, psicologia sociale, politica industriale in questo romanzo fluviale, leggendo il quale non ci si annoia mai, non si vorrebbe che finisse, anzi, ci sarebbe piaciuto conoscere Ivo Brandani, un vero grande personaggio della nostra letteratura contemporanea, in epoca di disprezzata/amata “Grande Bellezza” della “Città di Dio”.

La critica ha dedicato molta attenzione a questo libro, paragonando Brandani a Leopold Bloom, a Ulrich del romanzo di Musil, insomma ai maggiori protagonisti della letteratura del secolo scorso. A me è apparso come un personaggio del tutto originale, molto vicino alla sensibilità e alle contraddizioni di un’intera generazione alla quale appartengo, soprattutto per la capacità dello scrittore di andare a scavare nella parte più profonda e riposta della psicologia di tutti noi, figli di una generazione senza guerra, ma tragicamente senza pace.

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