La vita vera di Adeline Dieudonné

Il buio restituisce il senso metonimico di "La vita vera" (Adeline Dieudonné, Solferino, 2019). Romanzo di formazione che attraversa le tenebre - interiori/esteriori -, all’abbrivio della poetica sognante-crepuscolare di Ray Bradbury e dello Stephen King di "Stand by me".
Tra le pagine si incrociano il topos del sobborgo sonnolento alveo di ogni possibile Male, il bosco archetipo di tutto ciò che è infido e oscuro, dinamiche familiari a un passo dall’implosione: padre orco, madre amebica, maschietto e femminuccia come Hansel e Gretel (lui ha sei anni e si chiama Gilles, lei ne ha dieci, ed è la voce narrante del romanzo) Se ci mettete anche una stanza di animali impagliati, sacrario del padre - orco e cacciatore -, e l’Evento-Avverso, che getta un’ombra cupa sull’estate dei fratellini, la tessitura dei rimandi suspense è bella che evocata.

Scorrevole e perturbante la messa in scena allestita dalla Dieudonné: a partire dalla suggestiva copertina italiana, “La vita vera” si presenta con l’aria apparente del thriller quando sotto sotto è una parabola iniziatica, il progressivo disvelamento di come vanno le cose della vita nell’età inquieta del passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Sulla scorta di quanto ho scritto, alla trama nuda e cruda potete arrivarci da soli, tenendo anche presente che nello squallore apparente del quartiere periferico di Demo (alter ego europeo della kinghiana Castle Rock) ogni gesto, ogni cosa, ogni situazione, può trasformarsi in potenza in un kierkegaardiano faccia a faccia con la morte: lo sguardo cattivo della iena impagliata nella stanza dei cadaveri, un vicino di casa troppo dedito alla bottiglia, una battuta di caccia notturna, e persino l’innocente abitudine di comprarsi un cono con panna dal carretto che manda la musica del Valzer dei fiori. Questa violenza espressa e inespressa finisce col riempire di “parassiti” la testa del piccolo Gilles, fino al punto apparente di non ritorno, tanto che nemmeno la sorella riesce più a rasserenarlo. Fuori e sottotraccia il romanzo contiene tanto altro (l’ostinata resilienza di una mente fertile, la stupefazione ontologica che deriva da pensieri e sogni incontaminati, l’amore assoluto, sublimato, lancinante, come sa essere soltanto l’amore degli adolescenti) e non insisto oltre perchè “La vita vera” merita davvero il piacere della scoperta. Compresa quella che i veri mostri sono quasi sempre quelli che ci portiamo dentro. L’incisiva traduzione dal francese è di Margherita Belardetti.

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