“Le donne della Principal” di Lluís Llach

Lluís Llach, noto cantautore in lingua catalana che nel corso della vita è passato dalla lotta contro la dittatura fascista all’impegno nella sua fondazione che opera a favore delle comunità minoritarie, ha esordito come scrittore di narrativa nel 2012. Il suo terzo libro, “Le donne della Principal”, per mesi in testa alle classifiche spagnole, è stato tradotto in italiano e pubblicato da Marsilio.

Ambientata a Pous, un villaggio nel nord della Catalogna, la vicenda si sviluppa in più di un secolo di storia. Le protagoniste sono tre donne, rispettivamente nonna, madre e figlia/nipote, e un omicidio.
Dal 1893, tre “Marie” hanno diretto la Principal, la più importante tenuta vinicola nel cuore della regione dell’Abadia: per oltre cent’anni hanno dovuto lottare per imporsi in un ambiente maschile, per superare la piaga della filossera e per sopravvivere a dolorose vicende personali, familiari e storiche.
La prima, Maria Roderich, era soprannominata la Vecchia:

“Senza dubbio quella donna aveva un carattere forte e mandava avanti la tenuta come fosse una caserma, ma il soprannome Vecchia gliel’avevano dato quando aveva appena vent’anni ed aveva ereditato quasi tutti i possedimenti dei Roderich a Pous, dopo che la filossera della vite aveva devastato l’Abadia. Essere capo della Principal, della sua cantina, delle terre e degli affari, non era semplice per una donna nata nell’ultimo terzo del diciannovesimo secolo”.

Dal matrimonio della Vecchia con Narcís Magí, i cui genitori, tra i più ricchi commercianti di Rius, erano morti prematuramente lasciando una fortuna che il figlio non intendeva né incrementare né gestire, era nata Maria Magí:

“All’epoca, sotto il controllo e l’onnipresenza di Maria detta la Vecchia, sua figlia crebbe timida, una ragazzina insignificante, poco portata per il controllo e ancora meno capace di far girare la testa agli uomini. (…) In paese nessuno credeva che sarebbe stata in grado di raggiungere quel che davvero contava per l’erede della Principal: un buon matrimonio o, nel caso in cui Dio non gliel’avesse concesso, la capacità di guidare un’impresa tanto complessa”.

Le cupe previsioni dei paesani però non si avverarono e con la morte della Vecchia tutto cambiò.
Era il 1933.
In realtà, Maria Magí aveva ereditato il carattere forte della madre, che le permetteva di guidare la Principal, ma anche il lato più sensibile del padre: il gusto per le cose belle, un’inquieta voglia di sapere, imparare, ampliare le proprie conoscenze… Era questa sensibilità che non le permetteva di sopportare il fascismo, con le sue crudeltà. Per non parlare della chiesa, una massa di ipocriti con a capo suo zio, il vescovo, e dietro padre Salvador.
Infine, Maria Costa, imprenditrice moderna ed affermata nel settore vinicolo, che vive con l’anziano padre e con qualche rimpianto:

“Io non sono stata capace di innamorarmi, di amare seriamente qualcuno per paura di perdere la libertà. Semplicemente non ho fatto come loro, non ho osato rischiare. Delle tre Marie, sono la peggiore. O forse io ho potuto scegliere e loro no. (…) Ho goduto della libertà e, se ho pagato un prezzo, l’ho fatto con piacere. Be’, forse una rinuncia mi è costata un po’ cara, se devo essere sincera, superati i trenta il corpo mi chiedeva, urlava, esigeva di avere un figlio. Immagino che i cromosomi volessero imporsi. Ma non ho abbassato le difese e ora sento la mancanza di un’altra Maria che ci faccia diventare matti correndo qua e là, mescolando i suoi problemi da adolescente con i nostri geriatrici”.

Tuttavia, in tanta prosperità e ricchezza duramente conquistate, ovvero nelle vicende pubbliche e private di queste tre “Marie”, rimane un mistero irrisolto: l’omicidio di Richard Nebot, il capofattore della Principal, il cui corpo era stato ritrovato martoriato davanti all’ingresso principale della tenuta il 18 luglio 1936.
Il crimine è rimasto impunito per una serie di circostanze, fra le quali vi è sicuramente l’inizio della guerra civile. Alla fine del 1940, il momento storico in cui si concentra e si sviluppa la maggior parte della narrazione, caratterizzata anche da numerosi flashback, l’ispettore Lluís Recader del commissariato centrale di Rius riapre il caso. Più che mai determinato a finire il lavoro che era stato costretto ad interrompere anni prima, si presenta alla Principal munito di taccuino nero con in evidenza il titolo, Il delitto della Principal, proprio il giorno in cui Maria Magí ha deciso di portare grandi cambiamenti nella gestione delle proprie terre e delle vigne.
All’epoca dell’omicidio, Recader era ancora un ragazzo, figlio di una famiglia semplice; negli anni della repubblica, era entrato alla scuola di polizia con una borsa di studio comunale, spinto non solo dall’amore per l’ordine ma, soprattutto, dall’ammirazione per gli investigatori dei romanzi inglesi di sua madre, i quali si divertivano a fare supposizioni, trarre conclusioni e scoprire come e perché un essere umano diventa un assassino, e a trovare moventi anche quando sembravano non esserci, cercare una logica in mezzo al caos di sentimenti e intenzioni:

“Lui seguiva scrupolosamente i metodi appresi alla scuola repubblicana, oltre a quelli imparati dai buoni romanzi polizieschi. E così, il giorno stesso in cui aveva iniziato a lavorare al commissariato di Rius, era andato alla cartoleria L’emprempta, ora Victòria, e aveva comprato tre taccuini. Li aveva scelti con la copertina nera. Poi su ognuno aveva incollato un’etichetta, su cui avrebbe scritto il titolo dei futuri casi. Un taccuino per ogni caso, facile o difficile, breve o laborioso, risolto o meno che fosse. Questo non importava, quello che contava era il metodo”.

Così, con le logiche di potere del regime che si è appena affermato a fare da sfondo, l’ispettore, in un certo senso convinto di essere lui stesso il protagonista di un romanzo poliziesco, comincia ad indagare nei segreti della famiglia più potente, rispettabile e in vista di Pous, aiutato – ma solo fino a un certo punto – da Úrsula, l’anziana balia che ha servito tre generazioni e gode di assoluta fiducia: nonostante il trambusto della guerra, l’ossessione dell’investigatore per il vecchio delitto della Principal non era scemata. Perseguitare i traditori gli permetteva di affinare le sue doti investigative, ma non era certo la stessa cosa: ora era arrivato il momento di scoprire cos’era accaduto veramente quel giorno di luglio del 1936.
In questa sorta di partita a scacchi entra, quale pedina fondamentale, anche Llorenç, il figlio di Neus, la cuoca, e responsabile della Gestòria, l’imponente sedia in legno, mezzo di locomozione di Maria Roderich, prima, ed ora di Maria Magí.
Tutti sono molto più che semplici testimoni, poiché tutti sono, a diverso titolo, legati al passato e, come scopriremo, al futuro delle vicende di questa originale famiglia.
Esse prendono forma attraverso una trama non lineare, ben costruita, a tratti molto divertente, che presenta numerosi salti temporali e che viene tracciata, dal 1893 al 2001, da un narratore alla terza persona e dai ricordi di Úrsula.
Spiccano, naturalmente, straordinarie figure femminili, costrette, nell’occupare posizioni di potere, a superare numerosi ostacoli, dovuti innanzitutto alla mentalità ed ai pregiudizi della società dell’epoca in cui vivono. Ad esse si aggiungono personaggi maschili delineati in modo impeccabile: oltre all’ispettore, il giovane Llorenç, uno dei sospettati, omosessuale – “finocchio”, direbbe la gente – e tuttavia protagonista di un forte legame con una donna, o il padre ed i fratelli di Maria Roderich...
Nel vortice di sentimenti che muovono i diversi personaggi di questa storia – amore, passione, odio, invidia, gelosia, fedeltà, sete di potere… – l’omicidio diventa allora il pretesto per mettere in scena, nel “microcosmo” della Principal, una sorta di commedia tragicomica, nella quale il lettore può apprezzare lo spiccato talento di Lluís Llach per la rappresentazione di realtà sociali in divenire e, soprattutto, la sua visione ampia e penetrante dei rapporti e dei conflitti fra uomini e donne.

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