“Le lunghe notti” di Domenico Trischitta

Le lunghe notti” (Avagliano Editore, 2016) non è il primo libro di Domenico Trischitta che mi capita di leggere. Fidatevi dunque a occhi chiusi se vi dico che la sua vis si rintraccia nella misura esatta del tratto narrativo. In altre parole: Trischitta è l’antitesi vivente dello scrittore facile, ruffiano, aspirante redattore di libri usa-e-getta. I suoi romanzi non abbisognano di situazioni mozzafiato, aggettivazione ipertrofica, benedizioni dall’alto, patinature di generi alla moda. Le storie di Domenico Trischitta poggiano su un sinolo spesso sottile, si reggono sulla musica della parole, attingendo al qui e ora di una realtà in minore, sfaccettata e chiaroscurale.

I racconti di cui si compone “Le lunghe notti”, per esempio, sono come dei frame. Squarci di vite riprese e rapprese a un passaggio di tempo. A uno snodo ontologico. All’appuntamento col destino, la morte, la strada, un pensiero, il sesso, una rapina. Si potrebbe dirle vite di uomini (e donne) non illustri, parafrasando il titolo di un romanzo di Giuseppe Pontiggia. Il richiamo non è casuale poiché su Trischitta, proprio Pontiggia ebbe a esprimersi testualmente:

“La scrittura di Trischitta mi dà una sensazione di forza, di invenzione, di originalità di taglio narrativo. C’è una capacità di entrare subito nel tema e di coglierne gli aspetti più importanti che è molto rara e che per me è il segno inconfondibile di uno scrittore autentico”.

Il carcerato. Il soldato. Il malato terminale. L’assassino. La pornostar. Lo scrittore. Il portiere di notte. Il taxista (e così via) che abitano “Le lunghe notti” altri non sono, allora, che figure post-beckettiane, nel senso che non aspettano nessuno – nemmeno più un illusorio Godot – e che nessuno più aspetta. Vite spericolate costrette giocoforza ad arrendersi oppure a ri-giocarsela, a reiterarsi da capo. La progenie allo sbando di un sottobosco metropolitano indifferente, ombre nell’ombra di un universo-mondo irredento. I fantasmi di città, di cui mi pare cantasse anni addietro Enrico Ruggeri in una sua canzone. Il romanzo è ammantato per ciò da un’aura livida, poco consolatoria. Una specie di partitura per stazioni vetero-celiniane: un viaggio al termine della notte traslato in viaggio nel cuore di tenebra di una notte eterna, senza fine.

Lascia un commento