Lo straniero di Albert Camus

Ho riletto “Lo straniero” di Albert Camus. In controtendenza al diktat stagionale dei thriller “da ombrellone”, ho voluto ri-testarne la tenuta, a distanza considerevole di tempo dalla prima lettura. Inutile dirvi com’è andata a finire: “Lo straniero” non ha perso un grammo della sua potenza rivelatrice, e non soltanto sotto l’aspetto letterario. “Lo straniero” è un romanzo che ti apre gli occhi. Te li apre senza infingimento: occhi bene aperti sul lato tragico-farsesco delle cose, e sul senso relativo del nostro stare al mondo, se mi spiego.

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”. Comincia in modo gelido - come gelidamente meglio non potrebbe - questo romanzo implacabile di Camus. Con la stessa sgomenta laconicità, Meursault (voce-narrante del racconto), si lascerà attraversare da ciascuno dei fatti che concorrono alla sua rovina. Nulla riesce a scuotere Meursalt dal suo torpore esistenziale: non il funerale della madre (a cui assiste angosciato più dal caldo che dal resto), non gli appuntamenti con Marie (dalla quale accoglie con indifferenza persino la proposta di matrimonio), né gli sporadici rapporti coi vicini, e poi nemmeno l’omicidio dell’arabo, il processo, persino l’attesa della condanna a morte. Meursault rimane adeso alla sua atonia esistenziale.
A una passività smussata solo al cospetto del prete che, in carcere, vorrebbe redimerlo. Meursault è un uomo che si chiama fuori, un uomo auto-destituitosi dal governo della sua esistenza, assunta come sequela di coincidenze, di sgambetti del caso: dall’anaffettività sentimentale al trovarsi nel luogo sbagliato al momento sbagliato, fino a un omicidio compiuto senza nemmeno volerlo.

Attraverso una prosa asettica e tagliente al contempo, Camus non esprime su di lui giudizi di valore: nessun verdetto a favore o contro il dispendio ateleologico di una vita. Ce lo esprime e basta. Persino la condanna a morte di Meursault è riferita al lettore come mero dato di fatto. Come qualcosa di ineluttabile, che deve accadere. Nessun evitamento (se non qualche blanda scappatoia mentale) è reso possibile per Mersault; e del resto la sua condanna a morte si connota come paradigmatica, in quanto condanna a morte del genere umano, sentenziata ab origine, a partire dalla nascita.
Come indica Roberto Saviano in una recente introduzione al volume (Bompiani 2015):

quando leggi Lo straniero, quando leggi del suo protagonista che per puro caso ammazza un arabo, quando leggi come tutto avvenga per fatalità, ti accorgi che Camus è riuscito in un’impresa impossibile: quella di descrivere l’esistenza come qualcosa che accade.

L’esistenza è dunque qualcosa che succede senza scopi ulteriori, qualsiasi tipo di valore aggiunto risulta essere uno spreco, scaturigine di sovrastrutture auto-assolutorie e auto-consolatorie. Anche ne “Lo straniero”, l’assurdo ontologico è posto come elemento costitutivo esistenziale, non per scelta nè per presa di posizione autonoma, quanto per le ingerenze imprevedibili del caso.
Il romanzo è forte di una lingua rapida, incistata nella realtà bruta dei fatti, una realtà senza disegni e senza scopo. Un romanzo nitidamente feroce, a-morale, parimenti desolante e confortante, poiché in fondo Meursault siamo noi.

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