“Magari domani resto” di Lorenzo Marone

Cerca Luce, cerca il suo cielo, la sua “luce”. L’ha smarrita, persa fra i vicoli tortuosi, drammaticamente visionari dei Quartieri Spagnoli, eternamente sospesi fra realtà e finzione; eternamente sballottati in una dialettica fra bene e male, dramma e commedia, comicità e ironia, sorriso e pianto. Cerca la sua strada Luce, cerca la “sua” famiglia… eppure, come moderno Amleto, è titubante: restare e resistere o spiccare il volo? Tagliare le nervose radici per planare in un altro azzurro, in un ipotetico altrove? Abbandonare il terreno per un biglietto di solo andata o tirare dritto lungo quelle stradine, con la certezza che i fantasmi non scompariranno ma si materializzeranno come serpi pronte al morso, da quel viluppo di ricordi, lasciando incolmabili sensi di vuoto. È essenzialmente intorno a questa inquietudine che si schiude e trascina l’esistenza di Luce, anzi di Luce Di Notte:

“Lo so, non è un nome, è ‘na figura e merd!”.

Stella Di Notte sarebbe stata e Luce normale non è: Luce è speciale, è na’ femmena. Dopo Cesare Annunziata e Erri Gargiullo, è una donna che per la prima volta bussa alla porta di Lorenzo Marone dicendogli :

“Cosà amma farè, teng na’ storià…”

e l’effetto non è niente male, tanto che non si percepisce che dietro ci sia una penna maschile, come se questa “amazzone guerriera”, Lorenzo Marone l’avesse dentro da sempre, come crisalide chiusa nel suo angusto bozzolo, pronta alla metamorfosi, a librarsi nell’aria come splendida farfalla.

Al primo approccio, il lettore si trova dinanzi un’architettura umanamente composita, un labirinto di personaggi in antitesi con la linearità della trama. Una prima lettura, richiede un’analisi strutturalista e/o formalista, per capire come in una forma elegante, mai aulica ma con toni di matura raffinatezza estetica, Marone fa sì che il valore funzionale del singolo personaggio sia determinato dall’interagire, intersecarsi, scontrarsi con gli altri. Lo scrittore, con galateo letterario e una certa teatralità dell’antica arte della commedia napoletana, degna di Eduardo, descrive una commedia dalla morale amara, colorata con sentimenti di speranza, di fiducia, che invita a lasciarsi andare alla deriva nel mare impervio della casualità, dell’inaspettato, dell’imprevisto. Si muove nell’alveo del romanzo psicologico, di profonda indagine introspettiva, anche se la fabula narrativa non è affatto debole, mai banale, focalizzata sui meccanismi mentali dei personaggi, sulle loro emozioni e contraddizioni, sui loro stati d’animo, sui loro conflitti interiori. Viene privilegiata l’analisi dei sentimenti, i dialoghi e le scene che permettono alle varie personalità di rivelarsi.
Al centro del romanzo Luce,

“una piccola grande femmina del sud”

vive a Napoli, da sola, in un monolocale in affitto nei Quartieri Spagnoli, è un avvocato, o almeno dovrebbe esserlo. I titoli li ha. Centodieci in giurisprudenza e la voglia di diventare un “bulldog” del foro, peccato che lei in aula ci vada poco o niente. Il suo compito è portare adempimenti da una cancelleria all’altra: un’eterna praticante presso lo studio legale “Geronimo & Partners”, così almeno vuole il suo capo, Arminio Geronimo, che a dispetto dei nomi che porta, rispetto agli originali non è né idealista né valoroso ma smidollato e tirchio, un ridicolo cascamorto.
Capelli corti alla maschiaccio, jeans e anfibi, Luce è una giovane onesta e combattiva, abituata a “prendere a schiaffi la vita”. Alle spalle, l’infanzia segnata dal trauma dell’abbandono, dalla ferita dell’assenza del padre, spiantato e pericolosamente libero, capace di lasciare la famiglia al suo destino e incontrare la morte in Sudamerica. Una mancanza affettiva che Luce percepisce nel profondo della sua anima e che ne determina scelte, umori, reazioni e fragilità, ulteriormente amplificate dal rapporto inesistente con una madre bigotta, moralista, e bacchettona:

“Mia madre si è premunita di insegnarmi il Padre Nostro, l’Ave Maria, il Credo e l’Eterno Riposo, ma non mi ha insegnato come ricambiare un gesto di affetto (…) in che modo aiutare chi ti tende la mano”

da un fratello “fuggito” al Nord, e da un amore per un bastardo Peter Pan:

“Il risultato finale è una specie di femmina di bassotto incazzata che proprio non riesce ad accettare che qualcuno le pesti i piedi e che il più forte vinca sempre sul più debole”

che ogni giorno affronta la vita con “la cazzimma”. E Luce di cazzimma ne ha, eccome. È un fortino, una corazza metallica impermeabile ai sentimenti, una maschera pirandelliana intrisa di un dolore illacrimato, uno spazio vuoto rivestito di una patina di ironia, un treno arrivato al capolinea, in perenne attesa di una scintilla per ripartire, per brillare più di prima.
Naturale, per lei, la tentazione di mollare gli ormeggi:

“A volte viene voglia anche a me di imbarcarmi e non tornare più, … semmai salire su al nord, a fare una vita che già so non sarebbe la mia, ma che però, forse, mi permetterebbe di costruire qualcosa, qualunque cosa. Perché qui a volte mi sembra di essere un pesce rosso in una boccia, giro in tondo e un po’ alla volta inquino la stessa acqua che respiro”.

Lars Gustafsson asserisce che:

“Vivere una vita normale è la forma più triste di suicidio”

eppure la vita di Luce, che è un inno alla quotidianità, alle consuetudine, alle abitudini, implicitamente dimostra che la felicità è nell’infinitamente piccolo, per chi impara a scorgere la straordinarietà nell’ordinario. È, dice Marone :

“un elogio di quelle piccole grandi cose quotidiane che ci aiutano a stare meglio, che ci fanno tendere verso la felicità; le piccole cose che noi, spesso, nemmeno notiamo, presi da tutt’altro”.

Tutto d’un colpo cambia! Entrano nella vita di Luce, senza chiedere permesso, un ragazzetto, Kevin, figlio di un boss e sua madre Carmen per una causa di affido; un bastardino che chiamerà Allerìa, il suono della leggerezza, il suo Cane Superiore, il suo unico vero confidente; Primavera, una rondine ferita che curiosamente non vuole lasciare la gabbia, e Don Vittorio, l’anziano vicino, un musicista filosofo in sedia a rotelle. È il plot twist che cambia la storia, la “sua” storia, che sovverte la rassegnazione, che imprime energia cinetica ad un mondo d’ancestrale staticità; fa sobbalzare il lettore, lo coglie di sorpresa; l’ avvocatessa, ispida e tenera, che sta sempre sulla difensiva, trova la “sua famiglia”, magari un po’ sghemba ma magico luogo di attenzioni, suoni, odori; luogo del cuore impregnato di una forza vitale capace di accordare le persone più diverse, più lontane, più sole, mentre nell’aria si ode il sordido rumore di fondo della camorra, che “ammorba” i Quartieri, dove l’omertà di molti convive con la resistenza di altri. La narrazione scorre al ritmo dell’allegretto, in un alternarsi di punto e contrappunto, fra il canto rivoluzionario di Luce, delle sue battaglie, della sua sete di giustizia sociale, del suo stare in tutto e per tutto dalla parte dei più deboli, della sua brama d’amore, di riconciliazione… e il mormorio dei Quartieri Spagnoli, di una Napoli, imperfetta e popolare, non più sfondo, non più semplice tavolozza o effimero contorno ma protagonista assurta a persona; ne senti il respiro proveniente dai bassi piuttosto che dai palazzi nobiliari, senza barriere, dove tutto si mescola, i contorni si sfumano per divenire meravigliosamente indistinguibili: molte città in una. Tutto profuma di Napoli, dalla salsedine alle crocchè fritte la domenica mattina, alla prepotente forza della sua lingua, che impregna il romanzo dei suoi: freva, persechella, schizzechea, scuornu, Viento ’e mare. E allora, andare o restare? Fin dall’esergo si capisce dove sta l’autore, per il quale

“Bisogna cambiare d’animo, non di cielo”.

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