“Mi chiamo Lucy Barton” di Elizabeth Strout

Un’immagine a colori del Chrysler Building, il più bello dei grattacieli di Manhattan, in puro stile Déco, è riprodotta in copertina dell’ultimo, atteso romanzo di Elizabeth Strout dal titolo “Mi chiamo Lucy Barton”. Una cartolina che riproduce in notturna quel celebre edificio è la sola che la protagonista del romanzo abbia ricevuto da sua madre, dopo che questa, dopo aver trascorso cinque intense giornate al suo capezzale, in un ospedale newyorkese dove Lucy è ricoverata, è ritornata a casa sua, nella sperduta cittadina di Amgash, Illinois. Dopo di allora, madre e figlia non si sono più riviste.
Il romanzo breve di Elizabeth Strout è un storia triste di rapporti difficili, in una famiglia poverissima, quella nella quale Lucy, suo fratello e la sorellina Vicky, vivono un’infanzia durissima: sono emarginati dal resto della comunità, vivono in una sorte di garage, tappezzato di lana di vetro per combattere il gelo, pericoloso per la loro incolumità. Il padre è un agricoltore, la madre fa piccoli lavori di sartoria, non hanno nulla, giocattoli, televisione, cinema, abiti decenti, cibi nutrienti: la loro è una vita di stenti, di paure, di segregazione, forse di violenza domestica e di abuso mai veramente confessati. Lucy studia volentieri, ha ottimi risultati, vincerà una borsa di studio per il college, non tornerà mai più al suo paese; a New York conosce e sposa William, avranno due bambine, Chrissie e Becka, lei proverà a scrivere la sua storia: una scrittrice, Sarah Payne, incontrata per caso, diventerà un suo modello e lei la seguirà in un workshop letterario in Arizona; i consigli che riceve sono preziosi: ognuno scrive solo e sempre la sua storia, in modi e con punti di vista diversi, ma la storia che ciascuno sa raccontare è una e una sola.

Questa di Lucy Barton è soprattutto una storia di madri e di figlie, di sensibilità e di sofferenze che anche se non vogliamo infliggiamo alle nostre madri, alle nostre figlie nel corso di ciò che l’esistenza ci prepara. Lucy è stata operata e la sua guarigione stenta ad arrivare, ci sono state delle complicazioni che preoccupano il medico che si prende cura di lei in modo partecipe ed affettuoso. Improvvisamente compare al suo capezzale la madre, con cui da molto tempo non aveva più rapporti. “Ciao, Bestiolina!”, la saluta la donna che si è appena materializzata in fondo al suo letto, da cui per cinque giorni ed altrettante notti, senza mai dormire, non si allontanerà, raccontando alla figlia vicende di persone dimenticate della sua infanzia: le loro vicende matrimoniali, tutte finite malissimo, sembrano appassionare la madre, che parla molto volentieri degli altri, ma non dice nulla di sé, dei suoi figli che non si sono mossi dal paese, e che, soprattutto il maschio, conducono vite a dire poco stravaganti. Un passato familiare rimosso, una storia dolorosa di privazioni, con episodi altamente drammatici: la piccola Lucy veniva abbandonata sola, al gelo in un furgone mentre i genitori erano al lavoro e una volta addirittura un serpente era rimasto rinchiuso con lei, generandole un terrore assoluto, di cui ancora Lucy paga le conseguenze psichiche.

La scrittrice analizza senza pudori il contrasto che la sua protagonista sta vivendo, tra un’infanzia miserevole dal punto di vista affettivo, oltre che economico, e il tentativo di costruirsi una vita nuova a diversa, normalmente felice, lontana dal dolore, nella grande città. Non sarà possibile: il suo matrimonio con William andrà in pezzi, le sue figlie ne soffriranno, i sensi di colpa l’attanaglieranno, il rimpianto per ciò che poteva essere, il rapporto con persone migliori, il medico ebreo che la cura, il vicino di casa Jeremy, morto di Aids, la scrittrice di successo Sarah, tutto viene disperso.
Resta nel libro qualcosa di incompiuto, di non completamente espresso, come se al romanzo mancasse un vero centro, il punto determinante per la storia che anche dal punto di vista della costruzione letteraria è fortemente segmentato. Tuttavia sono numerose le pagine nelle quali la scrittrice dà la sua “zampata” di grande narratrice, fornita di un talento letterario straordinario, visionario e altamente simbolico. In una visita al Metropolitan Museum Lucy nota quasi per caso una statua che rappresenta il Conte Ugolino e i suoi figli, che gli si offrono in pasto, come racconta il celebre canto dell’Inferno dantesco: ecco lo spunto per una riflessione amarissima, una paura profonda ingenerata da quella immagine potente:

“Qualche volta sono andata al museo apposta per vedere quel mio padre devastato dalla fame con i suoi bambini, uno aggrappato alla gamba, ma quando ci arrivavo davanti non sapevo cosa fare. Lui era esattamente come lo ricordavo e così mi lasciava di nuovo ammutolita…”


Una famiglia che l’aveva lasciata sola e muta ora rivive in un’opera d’arte, suscitando gli stessi dolorosi ricordi, altrettanti fantasmi mai sopiti. Grande letteratura, quella di Elizabeth Strout, grande potenza della narrativa americana, una volta di più.

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