“Miracolo a Piombino. Storia di Marco e di un gabbiano” di Gordiano Lupi

Se la Cuba degli orrori tropicali - nei romanzi di Gordiano Lupi - segna la rotta per Altrove geografici e interiori, la Piombino consustanziale a calcio “terra e polvere che tira vento”, acciaio, cinemini e spleen a go-go è un surrogato odisseico, è Itaca per sempre: il porto da cui muovere e a cui fare ritorno reiterato, malgrado tutto. Che si tratti di viaggi intrapresi o soltanto ideati, è un fatto relativo: nello specifico di Lupi, Piombino si presta persino a scenario di realismo magico, pretesto per novelle esemplari sospese nel tempo. Come in quest’ultimo “Miracolo a Piombino. Storia di Marco e di un gabbiano” (Historica, 2015) in corsa per il Premio Strega 2016 ma, prima di ogni altra cosa, romanzo breve sul passato che passa e non dovrebbe passare, l’adolescenza, i sogni, il coraggio di viverli ben oltre l’alba che tenta di ucciderli. Un romanzo a tesi (non pedante) che, non so se in modo consapevole, cita Sepulveda (“La Gabbianella e il Gatto che le insegnò a volare”), De Sica e Zavattini di “Miracolo a Milano” (andate a ripassarvi i significati sottesi al finale del “volo” sulle scope), diversi cantautori-poeti che hanno cantato “la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia” quanto gli strazi derivanti dall’amor perduto, che a diciassette anni (tanti ne ha Marco, protagonista della storia) significano strazi moltiplicati al cubo.

“Avere vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è l’età più bella della vita”.


La frase (tanto sacrosanta quanto lapidaria) di Paul Nizan attraversa sin dall’incipit il racconto di formazione di Lupi, sulla cui trama c’è davvero poco da aggiungere, se non che si evolve su due piani paralleli (quelli dei vissuti interiori/esteriori di Marco e Robin, il diciassettenne e il giovane gabbiano) e altri antinomici, evocati per contrasto (l’abisso, più che lo iato, che segna il rapporto tra individuo e società, omologazione e diversità), ripetuti rimandi poetici, paure, slanci ideali, fino al contatto risolutivo di due solitudini. Un romanzo smilzo, sì e no cento paginette - per dire giusto quanto si deve -, rimarcate da foto b/n di Piombino e gabbiani (noblesse oblige) e due racconti, parimenti legati al tema sulle difficoltà del diventare adulti (“Il ragazzo di Cobre” e “Adolescenza inquieta”).

Se “Miracolo a Piombino” fosse un dipinto sarebbe colorato in toni sfumati, tinte pastello. Qualcuno potrebbe dunque faticare, tra le pagine, a rintracciarvi lo stesso autore di diversa narrativa nera e dell’orrore, il puntuale estensore della “Storia del cinema horror italiano” in cinque volumi, l’affilato polemista di “Nemici miei”, tanto per fare qualche esempio. Ma Gordiano Lupi è questo: un comunicatore compulsivo, un bulimico di cinema e letterature, parimenti scrittore, traduttore, editore aldilà delle chiacchiere e dei manifesti di indipendenza. Una specie di “pirata ed un signore”, se mi passate il rimando terra-terra al bel Jiulio Iglesias che fu. Per cui mi sa che vi tocca prendere o lasciare. E se mai vi decideste a prendere, cominciare da questo “Miracolo a piombino” non sarebbe affatto una cattiva idea.

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