Nel peggiore dei modi - Flavio Villani

Dopo il successo dell’esordio nella narrativa di genere poliziesco, con Il nome del padre (Neri Pozza), Flavio Villani è tornato nelle librerie con una nuova avventura del commissario Rocco Cavallo: Nel peggiore dei modi (Neri Pozza).

Avevamo fatto la conoscenza del commissario alla fine di una più che onorevole carriera quando, in un plico consegnato alla sua viceispettrice, aveva ripercorso le indagini condotte in una calda estate a Milano, dove si era da poco trasferito, su un delitto avvenuto negli anni ’70.
Nel deposito bagagli della stazione Centrale era stato ritrovato il cadavere di una donna, fatto a pezzi e chiuso in una valigia, ma l’omicidio, apparentemente legato ad un altro caso, risalente al ‘45, era rimasto impunito.

Con un significativo salto temporale, ritroviamo Cavallo nel 1990, l’anno dei mondiali di calcio in Italia, ma anche del dilagare di organizzazioni criminali che, nel capoluogo lombardo, erano caratterizzate da commistioni fra la malavita siciliana e calabrese e attività quali estorsioni, corruzione e riciclaggio di denaro sporco attraverso imprese edili.
E’ questo il quadro perfetto, per l’autore, in cui inserire l’ennesimo omicidio – “sparatoria con morto”, la chiamano – che insanguina una fredda mattina di dicembre. La vittima, Giacomo Riva, ha una fedina penale immacolata, ma il suo tenore di vita appare subito troppo alto per essere frutto del lavoro della modesta agenzia immobiliare di cui è titolare a Peschiera Borromeo.
Del responsabile, nessun identikit, solo qualche dettaglio: purtroppo, l’unico testimone è il figlio che, come ogni giorno, Riva stava accompagnando a scuola con la Mercedes che, dopo l’agguato, è rimasta parcheggiata di sbieco sul marciapiede con a bordo il suo giovane passeggero, ammutolito dalla paura e dallo sgomento.

Incalzati da qualche politico di spicco, i superiori di Cavallo sentono il “fiato di Roma sul collo”, e spingono per una soluzione semplice e veloce: si tratterebbe di un delitto maturato nell’ambito della criminalità organizzata; un lavoro pulito portato a termine probabilmente da un killer professionista che poi ha fatto perdere le proprie tracce, tornando, ancor prima che le indagini iniziassero, in Sicilia o in una qualche metropoli del Nord Europa.

Ma Cavallo non è del tutto convinto e cerca in tutti i modi di mantenere, coerente alle sue convinzioni, una linea di condotta che non tutti comprendono o condividono, come lo stesso questore:

“L’impassibilità di Cavallo, quel suo sguardo gelido e indagatore, quel suo vago ironizzare e farlo sentire trasparente, la sua inattaccabilità come investigatore lo mettevano a disagio. E lo irritavano. Chi si credeva di essere Cavallo per giudicarlo, per sentirsi moralmente superiore a lui? Tutti hanno una debolezza, tutti, perfino Cavallo, era pronto a scommettere. Prima o poi l’avrebbe scoperta, e a quel punto, Cavallo sarebbe stato nelle sue mani, nelle sue mani fino a quando a lui, Eraldo Mancini, avrebbe fatto comodo, poi...”.

La caccia all’assassino, una cui caratteristica fisica impone all’ispettore Montano e all’agente scelto Tonduti un massacrante lavoro di ricerca per spulciare migliaia di fascicoli del servizio sanitario nazionale in Corso Italia, metterà in pericolo la vita di Montano stesso, già in crisi per aver a lungo trascurato la giovane moglie alla quale ha anteposto il lavoro.
E mentre le indagini partono dal presupposto che questo delitto sia legato a traffici malavitosi, ancora una volta Cavallo, “irrobustendo” una componente presente già nella sua prima indagine, cerca la verità nel passato della vittima.
Si tratta di un grave fatto di cronaca nera risalente a più di quindici anni prima, quando il Riva aveva partecipato insieme ad altri al pestaggio di un ragazzo, un “sanbabilino”, si sarebbe detto all’epoca. Il raid era finito malamente, con il ragazzo in coma con mezzo cervello spappolato a sprangate. Ma oltre a questo grave ferimento, c’era scappato anche il morto: un esponente di spicco del Fronte della Gioventù, probabilmente il vero obiettivo della spedizione.
La paura di finire in galera era stata più forte di ogni altra questione e Giacomo era fuggito all’estero.
Cavallo ricorda che all’epoca la Squadra Omicidi era stata sollevata dal caso: perché? E come mai, nonostante lo spiegamento di forze – Servizi Segreti e Carabinieri – i risultati delle indagini non erano stati particolarmente positivi, con un solo accusato, un unico colpevole riconosciuto, ma in circostanze poco chiare e sospette, e una condanna a trent’anni? Se c’erano stati dei complici o dei sospettati, perché dei loro nomi non c’è traccia nei documenti ufficiali?
Al commissario Cavallo non piace lasciare domande senza risposte. E, visto che in questo caso c’è ancora qualche questione irrisolta, non sarà soddisfatto fin che non avrà tutte le risposte: solo allora per lui il caso sarà chiuso.

Anche in questo secondo “episodio”, nella ricerca del colpevole, nella ricostruzione dei possibili perché del delitto, dei moventi, dei mandanti, Cavallo – del quale scopriamo gusto e competenza in campo artistico – si dimostra tenace come solo può esserlo un giocatore di scacchi che studia la propria tattica: la partita non si può dire vinta o persa fino all’ultima mossa.

Ricca di riferimenti geografici e temporali che contribuiscono a creare una particolare atmosfera, e con un atteggiamento di lucida e razionale analisi della realtà, Nel peggiore dei modi presenta una solida costruzione narrativa che, con i dialoghi ben strutturati, le descrizioni e le riflessioni, rivela un intrecciarsi di vite, di storie, di solitudini e di rancori – proprio come intrecciate sono politica, criminalità e cronaca nera. In questo senso, il contesto urbano descritto diventa specchio delle tensioni di un preciso periodo storico.
Dei personaggi, nessuno rimane sullo sfondo: tutti hanno una consistenza che li innalza dal ruolo di semplici comparse. Ciascuno di essi possiede una sua voce distintiva; di ciascuno di essi emerge, in modo implicito o esplicito, il carattere, la psicologia e lo stato d’animo.

Come ha precisato l’autore in un’intervista, l’idea è di chiudere il cerchio, con altri due libri, tornando così alla fine, dove la serie è iniziata, con Rocco che sta per andare in pensione.
Rimaniamo in attesa, dunque, delle successive indagini che, superando la più limitata dimensione del singolo romanzo, permettono a Villani di dare un quadro più articolato sia del personaggio, sia della realtà milanese e dei suoi cambiamenti nel corso degli anni: una rappresentazione che per lo più riguarda il passato, ma che ha chiare implicazioni e permette illuminanti raffronti con la storia presente.

Lascia un commento