“Occhio per occhio” di Massimo Galluppi

Occhio per occhio” (Marsilio), la seconda indagine di Raul Marcobi – il protagonista dei romanzi di Massimo Galluppi della serie dedicata al capo della squadra omicidi di Napoli – ha diversi punti in comune con la prima dal titolo “Il cerchio dell’odio”.

Innanzitutto l’ambientazione, Napoli, dove, nel settembre del 2013, ad alcuni giorni dalla sua scomparsa, grazie alle indicazioni di due clochard, viene ritrovato il corpo senza vita del giornalista triestino de La Stampa, Giorgio Cobau, ucciso da due proiettili sparati a distanza ravvicinata.
La sua passione per il giornalismo lo aveva portato in Bosnia e in Croazia quando ancora non era laureato, nel 1990: in Jugoslavia c’era la guerra e lì aveva cominciato a scrivere degli articoli per il Piccolo di Trieste. Dopo essere rientrato in Italia, si era laureato e, diventato giornalista professionista, nel 1994 era tornato in Jugoslavia. Per la sua conoscenza del serbo-croato, si era imposto subito come uno dei massimi specialisti di quell’area. Assunto dal Giornale, era poi passato a La Stampa di Torino, dove era rimasto.
A Napoli era venuto per assistere al Forum del Mediterraneo e per presentare il suo ultimo libro sulla Serbia al Circolo del Tennis.
Il suo assassinio ha fatto grande scalpore e negli articoli sulle prime pagine dei giornali si insiste sulla necessità di non trascurare le frequentazioni avute nei giorni trascorsi a Napoli in “ambienti insospettabili” della città.

Le piste seguite da Raul Marcobi, dopo aver scartato la rapina finita male, sono, in un primo tempo, quelle che portano alla camorra o a un killer nostrano ingaggiato per togliere di mezzo un giornalista troppo interessato ai legami della criminalità slovena, croata e montenegrina con quella italiana. In realtà, nei suoi ultimi articoli, di norma molto aggressivi, non c’è niente che già non si sapesse riguardo i rapporti fra la criminalità croata e la politica, mentre una delle ragioni che lo avevano spinto a venire a Napoli riguardava l’ennesimo tentativo di intervistare il ministro degli interni croato, Divan Rajković. Nel suo ultimo libro Itinerari Balcanici, emergeva invece un certo astio, una latente ostilità, un’ossessione antiserba, sfociata in una sorta di faziosità:

“Era come se in lui ci fosse un nodo irrisolto, un tormento antiserbo troppo intimo per essere svelato. Come un segreto”.

Per questo motivo, i sospetti degli investigatori si concentrano dapprima sul serbo Milos Rasić, ex giocatore del Napoli dal comportamento poco professionale – donne, alcol, locali notturni…
Ex allenatore del Giugliano Football, nonché personaggio secondario legato per vincolo di sangue ad uno o più esponenti del clan-politico militare che aveva esercitato il potere nella Jugoslavia del dopo Tito, il giovane è probabilmente coinvolto nel giro delle scommesse clandestine e delle partite truccate.

La notte della morte di Cobau, Rasić lo aveva incrociato in un locale notturno, lo aveva minacciato e poi aggredito per ciò che aveva letto nel suo libro: al culmine della lite, aveva definito il giornalista

“un bastardo, nemico del popolo serbo e venduto agli americani”.

Il fatto di trovare nella sua abitazione dei proiettili dello stesso calibro di quelli che hanno ucciso Cobau – anche se l’arma, come sostiene Rasić, una Makarov 9 mm, gli è stata rubata mesi prima – non fa che aggravare la sua posizione.
E poi c’è un’altra pista possibile, quella che si intreccia ad una tangente di due milioni di euro pagata per la concessione di un appalto dalla Eco-Sud Impianti, una società per azioni che ha progettato e venduto al governo croato un sistema che dovrebbe consentire il controllo della movimentazione dei rifiuti.
Ma, proprio come nella precedente indagine, negli interrogatori ufficiali e nei colloqui con persone informate, amici e colleghi della vittima, affiorano nomi e storie del passato: in particolare, la fotografia di un ragazzo con scritto dietro “Nick” e un misterioso uomo con gli occhiali a specchio, il “fantasma” di cui Cobau ha parlato ad un amico poco prima di essere ucciso:

“Diceva solo che aveva assistito all’uccisione di due giovani croati e che aveva visto uno dei due assassini in faccia; sosteneva che se lo avesse incontrato, lo avrebbe riconosciuto anche se fossero passati mille anni”.

Si scoprirà allora che Nick era un giovane fotografo dilettante americano, che aveva conosciuto Cobau a Trieste e che nella primavera del 1990 si trovava in Croazia con lui. L’americano era stato ucciso a Karlovac insieme ai due giovani croati da un gruppo di serbi. Gli uomini che il giornalista, cercava ancora, facevano parte di quella banda, anche se quello che lui aveva visto uccidere, non era serbo, ma “lo straniero”.
A più di vent’anni di distanza, dunque, la soluzione di questo omicidio, cui se ne aggiungono altri, è da ricercarsi non solo nel passato della vecchia Jugoslavia, nell’odio e nella rivalità che tanto sangue hanno versato, ma soprattutto in un sentimento non ricambiato, nel bisogno di vendetta, in complicità, in patti di sangue più forti degli stessi legami familiari e in scelte che hanno segnato e segneranno il destino di molti.

Anche in questa indagine spicca il personaggio di Raul Marcobi: uomo equilibrato e colto, che parla benissimo il francese e ne conosce letteratura, ex giocatore di tennis ed apprezzato sassofonista. In un crescendo di colpi di scena, nel finale, si consoliderà il dubbio che la sua “maledetta ossessione per la verità” finirà per distruggere lui e le persone che gli sono care.
C’è poi una serie di personaggi legati all’ambito investigativo o che fanno parte dell’élite napoletana – medici, professori universitari, giornalisti, diplomatici... Fra questi, Perla – la figlia del professor Crociani, il miglior amico del padre di Marcobi –, con cui aveva trascorso una bellissima estate, tanti anni prima. Dopo la partenza della ragazza per Londra, si erano sentiti ogni tanto, poi lei non si era fatta più viva. Ora, con il suo rientro a Napoli, il legame e la sintonia fra i due si rivelano ancora molto forti.

La malavita locale e la camorra sfiorano solamente le indagini; troviamo invece molte citazioni erudite, musica jazz di sottofondo e una Napoli elegante e raffinata a fare da cornice, con la sua buona cucina, i locali notturni, scorci nascosti, strade e piazze.
Particolarmente vivaci ed avvincenti sono le discussioni politiche e culturali: punti di vista ed interpretazioni di avvenimenti spesso contrastanti che, integrandosi fra loro, stimolano nel lettore una riflessione che va oltre i confini letterari, per offrirsi come un efficace contributo alla comprensione della tormentata storia della Jugoslavia.

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