“Piccoli esperimenti di felicità” di Hendrik Groen

Gli anziani, più o meno autosufficienti, che finiscono i loro giorni in un ospizio sono in costante aumento. Questo è il risultato di una vita sempre più frenetica e spersonalizzante, che, se da un lato espone le persone a un vero e proprio bombardamento di stimoli, creando in loro una miriade di bisogni superflui, dall’altro li costringe a un vero e proprio tour de force giornaliero anche solo per avere la possibilità di mantenersi. In questo quadro, che si avvia lentamente, ma inesorabilmente, verso la disumanizzazione, non c’è più possibilità di prendersi cura di una persona malata o anche solo anziana, per quanto cara sia. Per questo, l’età in cui gli anziani vengono ospitati in una struttura (sempre che se ne abbia la possibilità) viene sempre più anticipata, e quel “finire la vita” prende i connotati non più di mesi, ma di anni di esistenza solitaria, in mezzo ad altre persone ormai vecchie, che sanno parlare solo di acciacchi e antichi ricordi, inutilmente stimolate da “attività ricreative” che, spesso, non sono altro che pallidi tentativi, giusto un obbligo a cui è soggetta la Direzione.

Malgrado ciò che di solito si pensa, non è che all’estero vada meglio: nel caso di Hendrik Groen ci troviamo in Olanda, e la casa di riposo in cui è ambientato “Piccoli esperimenti di felicità” (Longanesi, 2015) non si discosta gran che dalle nostre. Cibo così così, attività sociali quasi sempre annullate per i motivi più disparati, regolamenti interni tenuti segreti e manipolati a piacere, piccole e grandi ripicche fra ospiti per un animale molesto, una voce un poco più alta o semplicemente per frustrazione. In questo ambiente, Hendrik e alcuni altri ospiti iniziano una piccola ribellione. Attenzione, però: ci sono imprecisioni nelle note di copertina. Hendrik non si fa dare la pastiglia della “dolce morte” e non si concede un anno prima di prenderla. Si informa, è vero, sul suicidio assistito con un tentennante medico, ma un anno è semplicemente il tempo che si concede per scrivere il diario della sua vita. Quello che, effettivamente, nasce, è il club dei “Vecchi ma mica morti”, un circolo esclusivo che si ripropone di organizzare gite e attività di vario tipo, meglio se mai provate prima, per continuare ad assaporare la vita. Ci sono il gioviale Evert, la pacata Eefje, la dolce Grietje, Edward e Graeme, ai quali, più tardi, si aggiungono Antoine e Ria, cuochi provetti. All’inizio tutto sembra andare benissimo, ma gli acciacchi, le invalidità e qualche addio aspettano al varco. È la vita, ma non è abbastanza per fermare del tutto il club dei “Vecchi ma mica morti”: si va avanti a rilento, ma si va pur sempre avanti, finché si può.

Un’idea certamente molto bella, quella di “Piccoli esperimenti di felicità”, che, di base, dovrebbe servire da ispirazione per tutti coloro che si lasciano andare già dopo i cinquant’anni, non trovando più alcuno stimolo nel mondo che li circonda. Purtroppo, però, il libro risulta eccessivamente triste, e procede con lentezza. Se, infatti, all’inizio l’atmosfera cupa dell’ospizio è indicata, così come la malinconia nella quale si scivola alla fine, la parte centrale, quella di maggior splendore del club, non è resa con il dovuto entusiasmo. Dipenderà, forse, dalla struttura a diario, che permette annotazioni non eccessivamente dettagliate, o dallo scarso uso di discorso diretto, o forse, ancora, da una certa insofferenza del protagonista verso tutti coloro che non appartengono alla sua cerchia. Fatto sta che il tutto risulta un poco ripetitivo e si può faticare ad arrivare alla fine. Un vero peccato.

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